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lunedì 15 febbraio 2021

VASTO, Carnevale 2021 - ‟La Štorie” (in pandemia) - 27a Edizione















 

VASTO, Carnevale 2021 - La Štorie” (in pandemia) - 27a Edizione. 

di Fernando D’Annunzio 

Questa antichissima tradizione carnascialesca vastese ripresa nel 1995 giunge ad oggi senza interruzione. ‟La Štorie” quest’anno non verrà cantata in pubblico per salvaguardare la sicurezza di tutti. Mancava anche lo spirito necessario per scriverla, visto che ha quasi sempre trattato argomenti che si prestano alla satira e allo scherzo. Questa 27ª edizione, ridotta e a tema unico, ha il solo scopo di non interrompere la tradizione e di lasciare una testimonianza della triste esperienza e del brutto periodo che stiamo vivendo.





Sotto, il LINK dove poter vedere il video della 27a Edizione de "La Štorie" 2021 letta da Fernando D'Annunzio e, di seguito, il testo integrale:

1

La Štorie a’huanne?... Che ci vu’ candà!

È n’anne che nisciune pò scurdà.

La situazione è ancòre troppe trište,

‘i pò salvà soltande Ggisù Crište.

            Nin żi cande pe’ li vìje,

            nin gi šta manghe vulìje.

            Haje scritte ‘šta canzone

pe’ salvà la tradizione.

2

Chišt’ hanne ci šta poche da schirzà

li fešte nin żi fa, s’adà ‘spittà.

Intande ch’ aspittàme nu’ speriàme

ca di ‘šta “pèšte” ‘i ni libberàme.

            Però nu’ l’ariccundàme

            pe’ lassarle a lu dumàne…

            Chi putéve ‘mmagginà

quelle che štém’ a passà!

3

L’addr’anne a Carnivàle, di ‘šti timbe,

a fištiggià s‘è ffatte n’tèmpe n’tèmpe.

A’huanne nin è arie e jé vietàte,

pure se štéme tutte “mascheràte”.

            Niènde bbace, niènd’ abbracce,

            e ni’ ‘i huardàme n’bacce,

a dištanze ‘i tinéme,

manghe j’aricanuscéme.

4

Nin żi pò fa nisciùn’ assembramènde,

lundàne adéma šta dall’addra ggènde…

Li mascherìne e lu dištanziamènde,

li huande prunde e lu disinfettande.

            Ogne cose che tuccuàme

            pu’ li mane i’allavàme

            e allavanne allavanne

pare ca si šta fruvuanne.

5                     

Da mofalanne tutt’ à cumunzàte,

lu monne ‘ndìre s’è ‘ritravuddàte

pe’ chela cosa scanusciùte e brutte

che ancòre šta a purtà dilòre e lutte.

            Tuttiquènde li scinziàte

‘štu virùss’ hanne študiàte,

ma nen tròvene ‘na cure

che ti métt’ a lu sicure.

6

N’ pringìpie da la Cine à cumunzàte,

tutte lu monne è štate cuntaggiate.

S’è spalijàte gné ‘na macchia d’ùje,

cuntìnue a spalijarse angòre ùjje.

            Nin żi conde cchiù li murte,

            li ‘spidàle šta ‘ndasàte.

Puvre mìdich’ e ‘nfirmìre,

quanda šta sacrificàte.

7

Lu sierològgiche e lu tambone

ti pò ‘sci’ male o ti pò ‘sci’ bbone.

Cummìne a pinzà sempre positìve

speranne ca t’aèsce negative.

            Pò scattà l’isolamènde,

            pò scattà la quaranténe,

            aspittanne lu mumènde

che si spèzze ‘šti caténe.

8

Si pètte e s’aripètte li Reggione

di ggialle o di rossce o d’arangione,

e mendre che šti ‘ dda’ l’ùtima mane,

cagne chilòre da ugge a dumàne.

Tra lu Štate e li Reggione

nin żi sa chi tè’ rraggione

e ‘šta  huèrre di chilùre

chi li sa pe’ quanda dure.

9

E lu guvèrne già ni’ štéve ritte,

po’ j’hanne mésse pure la cianghétte

e p’ariżżarle ci vulé’ nu maghe,

perciò hanne chiamàte Mario Draghe.

È difficile l’uniòne

pure nghi ‘šta situazione,

si fa sèmpre poch’ e niènde

pe’ lu bbéne de la ggènde.

10

È la speranze di tutte lu monne

che tutte quéšte è un brutte sonne

e ‘na matine, gna j’arisvijjame,

a n’ann’ arréte nu’ j’aritruvàme…

            Ma purtroppe è la realtà,

            ci šta sole da sperà

            ca fa effette lu vaccine

e a ‘šta piaghe métte fine.

 
Pubblicato da Mercurio Saraceni




sabato 13 febbraio 2021

Storia del Museo di Roma: Carlo d’Aloisio da Vasto e la Roma degli anni Trenta. Incontro online a cura di Sergio Guarino.



Storia del Museo di Roma: Carlo d’Aloisio da Vasto e la Roma degli anni Trenta. 

Incontro online a cura di Sergio Guarino.

A ridosso della nascita del Museo di Roma, istituito il 21 aprile 1930 nell’ex-Pastificio Pantanella a Piazza Bocca della Verità, Carlo D’Aloisio da Vasto (Vasto 1896 – Roma 1971) venne incaricato da Antonio Muñoz di curare la sezione di arte moderna. Quando nel 1935 questa sezione fu trasformata nella Galleria d’arte moderna D’Aloisio da Vasto venne nominato Direttore.

Sembra doveroso ricordare, nel cinquantenario della morte, la figura eclettica di questo artista, curatore museale e saggista.

La sua attività artistica, dopo alcune esperienze giovanili, si era sviluppata nel primo dopoguerra secondo linee anticipatrici – come ha riscoperto la critica degli ultimi tempi – della Scuola romana degli anni Trenta. Nel 1930 aveva fondato l’Almanacco degli artisti o Il vero Giotto, che nei quattro anni di vita vide la collaborazione dei principali artisti italiani.

Lunedì 15 febbraio 2021 alle ore 16,30. E’ il primo degli incontri on line previsti nell’ambito del programma 2021 del progetto “Educare alle mostre, educare alla città“, promosso dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Sergio Guarino, curatore storico dell’arte, è responsabile dei Musei di Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

(Sergio Guerino)
Incontro gratuito con prenotazione obbligatoria allo 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00). L’incontro (durata circa 50′) si svolge sulla piattaforma Google Suite. Si suggerisce di entrare con il browser Chrome. A conferma della prenotazione viene inviata una mail con il link di accesso. Questo il link alla pagina dedicata all’evento:

http://www.sovraintendenzaroma.it/content/storia-del-museo-di-roma-online-0

Il progetto “Educare alle mostre, educare alla città“, giunto alla decima edizione, propone da Febbraio a Maggio 2021 una vasta scelta di incontri sulle mostre, sui musei, sul territorio, e approfondimenti a tema storico – artistico, sociale o scientifico, per una lettura ragionata della storia di Roma dal centro alla periferia.


Quest’anno il laboratorio condiviso si sposta on line, in uno spazio virtuale dove direttori di musei, curatori, studiosi e docenti universitari continuano a proporre esperienze e analisi, in un programma che volutamente mescola e integra saperi umanistici e scientifici.

L’obiettivo, visto il successo dell’iniziativa presso la cittadinanza, è quello di rendere gli incontri un’occasione di conoscenza e arricchimento, non solo per gli studenti e i professori ma anche per un pubblico più ampio.

Concepito con l’intento di facilitare e approfondire il dialogo interdisciplinare (tra arte e scienza, sociologia e urbanistica, restauro e storia), il programma è realizzato grazie al lavoro in rete con altre istituzioni: le Biblioteche di Roma, la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, il Dipartimento di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo dell’Università La Sapienza, il corso di Laurea in Beni Culturali della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma di Tor Vergata, il Dipartimento di Architettura di Roma Tre, l’Accademia di Belle Arti, l’Accademia Nazionale di San Luca, l’Istituto Luce, Cinecittà e la Società Italiana delle Storiche.

Gli incontri si svolgono on line sulla piattaforma Google Suite e sono aperti a tutti gli interessati. Una sezione è riservata all’interlocuzione con i relatori, nello spirito di dialogo che è a fondamento dell’iniziativa. Questo il link alla pagina dedicata al progetto: 

http://www.sovraintendenzaroma.it/content/educare-alle-mostre-educare-alla-città-2021


Pubblicato da Mercurio Saraceni





giovedì 11 febbraio 2021

L'anima di Dante

L'anima di Dante 



 

 

 

 

 

 

   

 

di Gianni Oliva

da: "Vasto domani" giornale degli abruzzesi nel mondo - Anno LV N. 2 - Febbraio 2021


E' sotto gli occhi di tutti che l’anno dantesco, il 2021 (700 anni dalla morte di Dante), va a gonfie vele. Le manifestazioni erano già cominciate l’anno precedente con l’istituzione da parte del Ministero dei Beni culturali, nella persona dell’attivissimo ministro Franceschini, del Dante day, una ricorrenza fissa, come il giorno della memoria,  che ha indubbiamente il suo valore promozionale, anche per quei luoghi di interesse dantesco sparsi per tutta Italia (dalle nostre parti è toccato a Monteodorisio in quanto feudo appartenuto a Sordello da Goito, miles di Carlo I d’Angiò).  Ma dagli ultimi giorni dell’anno appena trascorso è andato man mano crescendo il clamore per la «riscoperta» (ahimé) di Dante nei salotti televisivi, ove si avvicendano giornalisti e dantisti dell’ultima ora con il loro libro sotto braccio da mostrare al pubblico. Si tratta nella maggior parte dei casi di profili e di ricostruzioni biografiche non sempre di prima mano allestite per l’occasione o di adattamenti della Commedia in forma di narrazione, come l’opera di Dante si risolvesse in un affascinante itinerario avventuroso nell’oltretomba, dagli Inferi «a riveder le stelle», magari alludendo alla pandemia in corso da cui tutti vorremmo uscire al più presto. Sono instant books, come vengono detti, libri destinati purtroppo a non lasciare traccia, adatti semmai a tamponare l’occasione della ricorrenza o a trasformarsi, nei casi peggiori, in regali di Natale, con soddisfazione degli editori e degli scaltri autori.

In ogni caso c’è da chiedersi se tutto ciò è un bene o un male. Direi che è comunque un bene se come conseguenza ha l’avvicinamento del grande pubblico alla poesia dantesca, o per lo meno di quello che non avrebbe mai pensato di leggere un libro su Dante, anche a rischio della estrema semplificazione e di una conoscenza approssimativa, se non distorta. Qualche anno fa venivano criticate dagli addetti ai lavori le istrioniche letture di Benigni ma, per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto che per la divulgazione di Dante hanno fatto molto di più quelle performances di quanto non siano state efficaci le pur prestigiose (anche se a volte noiose) lecturae Dantis delle accademie (nelle quali riconosco di essere stato molte volte coinvolto di persona).

La situazione attuale non è nuova. Cento anni fa, nel 1921, altro anno deputato per il centenario dantesco, Giovanni Papini, in un libro intitolato Dante vivo, non si faceva scrupoli di prendere di mira i dantisti, i dantomani, gli sterili chiosatori del poema (Marinetti a sua volta parlava di un «verminaio di glossatori»), i quali, presi dalle loro minuzie interpretative (le cosiddette cruces dantesche), erano accusati di perdere di vista l’anima di Dante, insomma, la sostanza profonda del suo messaggio.

Il dantismo celebrativo di oggi rischia di sortire forse gli stessi effetti perché il tema primario sembra essere quello dell’attualità del grande poeta. Ci si chiede sempre: ma Dante è attuale? Come se gli autori possono essere scelti in base al tasso di attualità della loro opera ignorando la connessione stretta con il loro tempo. Certo, come tutti i grandi classici, Dante contiene messaggi che riguardano il comportamento degli uomini e per questo è come Omero, come Shakespeare, autori in cui si riflettono le verità universali. 


Attenzione però. Alcune di queste verità, indubbiamente le più importanti, sono di natura spirituale e dunque connesse con un sapere teologico profondissimo e complicato con cui oggi si è persa dimestichezza. Va detto a scanso di equivoci che Dante è un poeta difficile e come tale richiede rispetto. Un’epoca utilitaristica come la nostra, fondata sul tessuto finanziario e sull’economia, quindi fondamentalmente laica, può recepire senza difficoltà un discorso «anagogico» che prevede il ricongiungimento della creatura con il Creatore? Il viaggio di Dante non è un’escursione più o meno avventurosa nei regni dell’oltremondo, tra diavoli e gerarchie angeliche, in compagnia di personaggi alcuni dei quali indimenticabili protagonisti del suo universo. Affermare questo significa ignorare il realismo figurale, il significato delle scritture su cui Dante tanto insiste. L’anagogia nel suo significato etimologico (dal greco anagoghè), ossia viaggio dal tempo all’eterno indica il fine ultimo dell’uomo che, in quanto creatura, tende a ricongiungersi con il creatore. L’epoca attuale ricava da Dante quello che vuole e che più gli aggrada (Quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur = Qualunque cosa venga ricevuta, viene ricevuta secondo le possibilità di chi la riceve), senza curarsi molto della verità sostanziale.

Si vuol dire  che i problemi che Dante pone sono molto più complessi di quello che sembra;  sono molto più lontani dalle posizioni morali che convengono alla società evoluta dei tempi nostri. Il mondo dantesco, a livello politico, ideologico, culturale, è ben altro dal nostro e penetrarvi per conoscerlo richiede pazienza, attitudine all’ascolto e allo studio. Tutto si può fare e, volendo, anche senza essere degli specialisti, è possibile affrontare lo studio di Dante con cognizione di causa, rimuovendo però atteggiamenti frettolosi e superficiali. Magari un corso di lezioni tenute a un pubblico volenteroso (e davvero curioso) forse sortirebbe migliore effetto, qualora, al di là delle convenienze, si insistesse su un  principio fondamentale:  che  la Commedia- ripetiamo- non è uno svago ma è la coscienza e la consonanza della sorte umana, è il poema che ricorda agli uomini che la vita è assidua meditazione della morte e infinita malinconia di beni sperati e smarriti, prova incessante di passione e di pentimento, di violenze e rinunce, di verità e d’ignoranza.


Pubblicato da Mercurio Saraceni

giovedì 4 febbraio 2021

Nel 50° della sua scomparsa, nasce l’Associazione Culturale dedicata al Maestro Carlo d’Aloisio da Vasto, per promuoverne la memoria e svilupparne l’archivio storico e il catalogo generale


Autoritratto di Carlo d'Aloisio da Vasto









Nel 50° della sua scomparsa, nasce l’Associazione Culturale dedicata al Maestro Carlo d’Aloisio da Vasto, per promuoverne la memoria e svilupparne l’archivio storico e il catalogo generale

COMUNICATO STAMPA

Nel 2021 ricorre il 50° anniversario della scomparsa del Maestro Carlo d’Aloisio da Vasto - nato a Vasto nel 1892 e scomparso a Roma nel 1971 - figura di rilevante valenza storica, artistica e culturale del ‘900.

Promossa da alcuni dei discendenti diretti del Maestro, in queste settimane, è stata costituita l’Associazione Culturale “Archivio del Maestro Carlo d’Aloisio da Vasto”.

L’Associazione nasce con lo scopo precipuo di sostenere la piena valorizzazione dell’opera e delle opere del Maestro Carlo d’Aloisio da Vasto e di tutelarne il nome e la memoria nel tempo, promuovendo la giusta collocazione in termini storico-critici della figura e del percorso culturale e creativo dell’artista.

L’Associazione persegue anche l’obiettivo di avviare e strutturare un processo progressivo e sistemico di ricerca, acquisizione, digitalizzazione, catalogazione, conservazione e divulgazione - nelle forme e nelle modalità di volta in volta ritenute congrue e opportune - del complessivo patrimonio creativo e documentale prodotto, per costruire e consolidare l’Archivio storico del Maestro e consentire di svilupparne il Catalogo generale e ragionato, quali strumenti di ricostruzione e di analisi filologica e storica, come anche per attuare una corretta e piena salvaguardia di tutte le testimonianze, materiali e immateriali, connesse al suo Nome.

Per il 50°, l’Associazione sta progettando diverse iniziative - volte non solo a celebrarne la memoria, ma anche utili ad avviare un percorso di adeguato riconoscimento critico e di sviluppo di risorse organizzative e relazionali - da svolgersi, nel corso del 2021, sia a Vasto che sul territorio regionale abruzzese, terra natia del Maestro, come a Roma, la Città dove Carlo d’Aloisio da Vasto ha vissuto per molti decenni, svolgendo una prestigiosa attività artistica e culturale e ricoprendo importanti incarichi di direzione museale.

L’Associazione è aperta all’adesione di chiunque, soggetto fisico o giuridico, ne intenda condividere gli scopi e sia in grado con il proprio apporto, morale e/o culturale, materiale e/o immateriale, di sostenerne il perseguimento. Il sito ufficiale è www.carlodaloisiodavasto.it

Carlo d'Aloisio (Mayo)
Presidente Associazione Culturale "Archivio del Maestro Carlo d'Aloisio da Vasto"


Carlo d’Aloisio da Vasto Breve Biografia 

Carlo d’Aloisio da Vasto è nato a Vasto (CH) - Patria dei Palizzi e dei Rossetti - il 13 Aprile 1892. Nel 1908 all’età di soli sedici anni esordisce, dopo una formazione autodidatta, nell’arte, esponendo con successo a Castellammare Adriatico le sue prime opere pittoriche. Nel 1914 lascia la sua casa di Vasto per trasferirsi a Roma. Ben presto si appassiona alla xilografia e inizia la sua attività di illustratore collaborando a diverse riviste dell’epoca: “La Rivista di Oggi”, “L’Attualità”, “Il Romanzo dei Piccoli”. Contemporaneamente si dedica ad illustrare libri e corsi di lettura per l’infanzia (“Noi e il Mondo”, “Emporium”, “Satana Beffa”, “Ragazzi d’Italia”, “Cuor D’Oro”, “Il Corriere dei Piccoli”, Il Giornalino della Domenica”, editi nell’ordine da Carabba, dall a Mondadori, dal Trevisani, dal Maffei e dal Berlutti) e libri di arte (il “Verdi” di Martinelli, “La Vita di Baracca” di Mascardi e “Calcutta nell’ Intimità” di Ceccacci, editi dallo Studio Editoriale di Genova). Nel 1918, conclusasi la prima guerra mondiale, raccoglie in un album dodici incisioni su legno da motivi di guerra e le pubblica col nome di “Xilografie suggerite dalla guerra”. Nel 1923 partecipa a Monza alla Mostra Internazionale d’Arte Decorativa con degli arazzi realizzati su suoi disegni da tessitori aquilani. Nel 1927 sposa Elisabetta Mayo, scultrice stimatissima dal grande maestro Vincenzo Gemito. Nel 1930 Antonio Munoz sovraintendente e ispettore generale del Governatorato di Roma gli affida l’incarico di creare ed allestire la Sezione Moderna del Museo di Roma e la Galleria Comunale di Arte Moderna presso l’edificio di via dei Cerchi (ex Mulini Pantanella). Dal 1930 al 1933 si impegna nella personale ideazione e direzione della pubblicazione dell’ ”Almanacco degli Artisti - il Vero Giotto”, opera volta alla analisi critica delle diverse tendenze dell’arte italiana del tempo, al quale collaborano diversi e importanti artisti romani. Nel 1935 viene nominato direttore del Palazzo delle Esposizioni e della Galleria Comunale d’Arte Moderna, per la quale acquista opere di Socrate, Trombadori, Donghi, Scipione, Mafai, Melli e altri artisti. Negli anni seguenti è presente in mostre importanti tra cui: I e II Quadriennale d’Arte di Roma (1931- 1935), le Biennali Veneziane (1934-1936 ), numerose personali a Losanna, New York, Buenos Aires e Berlino, espone inoltre alla Mostra Internazionale dell’Incisione Moderna a Firenze (1927), alla Internazionale dell’Incisione a Los Angeles (1930-1932), alla prima Mostra di Incisione (1931) e alla Mostra di Disegno al Circolo Artistico di Roma (1935). Nel 1950 propone e ottiene dal Comune di Roma il trasferimento del Museo di Roma e della Galleria di Arte Moderna nella sede attuale di Palazzo Braschi. (Partecipa alla direzione del restauro del palazzo e dirige la sistemazione delle opere museali, documentative e artistiche). Vince numerosi premi e medaglie d’oro, tra cui quella del Presidente della Repubblica Italiana. Le sue opere sono oggi conservate nelle maggiori gallerie d’arte di Italia, di Europa e d’America. Muore a Roma il 21 Novembre 1971.


www.carlodaloisiodavasto.it
associazione@carlodaloisiodavasto.it

lunedì 14 dicembre 2020

Un regolamento per il "Tavolo per l’Ambiente".

 

(Foto Eugenio Libertini)




















Un regolamento per il "Tavolo per l’Ambiente".

In una nota congiunta, l'Associazione civica Porta Nuova, Arci, Cai, Cobas, Fai–Delegazione di Vasto, Forum Civico Ecologista Geav (Guardie Ecologiche Ambientali Volontarie), Gruppo Fratino Vasto, Italia Nostra del Vastese, Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani) Pro loco "Città del Vasto" APS, Aps Vasto Libera e Wwf Zona Frentana e Costa Teatina hanno chiesto all'Amministrazione comunale di Vasto un regolamento del "Tavolo per l'ambiente". Organizzazioni ed associazioni che chiedono a gran voce di essere coinvolte nelle scelte sulla tutela del patrimonio ambientale della città.

Di seguito, sia il testo della richiesta che la replica alle dichiarazioni, comparse sulla stampa, dell'assessore all'ambiente del Comune di Vasto.


Il testo della proposta:

“La valorizzazione delle realtà associative cittadine quale azione prioritaria della propria azione di  governo”. “La partecipazione delle associazioni ambientaliste all’attività programmatoria” del Comune. “La promozione di un proficuo ed efficace rapporto di collaborazione con le associazioni ambientaliste”. A quattro anni dalla sua istituzione (dicembre 2016) l’attività del Tavolo per l’Ambiente non ci sembra abbia rispettato in pieno gli obiettivi che l’Amministrazione comunale si poneva con la sua istituzione, obiettivi espressi con la Delibera istitutiva (535/2016) da cui sono tratte le citazioni. 

Al di là dei rilievi che pure talora su singole questioni sono stati avanzati; e del vario grado di apprezzamento esprimibile verso l’azione dell’Amministrazione comunale, le Associazioni firmatarie condividono le seguenti osservazioni di natura generale, dalle quali trae origine la proposta che sottoponiamo all’attenzione del Sindaco e dell’Assessore competente:

1. Il carattere episodico e frammentario della collaborazione. Il Tavolo per l’Ambiente è stato invariabilmente convocato dall’Assessore sull’impulso di adempimenti più o meno urgenti, di singole questioni cui l’Amministrazione comunale era chiamata di volta in volta a ispondere. Altri temi, non certo di secondo piano – uno per tutti: il PAN di Punta d’Erce- sono passati in quattro anni del tutto sotto silenzio;

2. La mancanza di taluni indispensabili interlocutori istituzionali. In materia ambientale l’informazione è essenziale. È inconcepibile che enti quali la ASL e l’ARTA, che raccolgono e detengono, per compito istituzionale, una quantità di informazioni di interesse generale in materia ambientale non siano parte attiva in discussioni che li riguardano strettamente in ambito comunale;

3. Il mancato rispetto della stessa Delibera istitutiva, nella parte in cui dispone che del Tavolo faccia parte un rappresentante per ciascuna associazione ambientalista, d’ambito comunale o nazionale, “che manifesti la propria volontà di adesione a detto Tavolo”.

Se l’Amministrazione comunale intende davvero perseguire gli obiettivi dichiarati noi crediamo essa non possa non riconoscere la fondatezza delle nostre osservazioni.

Da queste trae origine la nostra proposta: dotare il Tavolo per l’Ambiente di un regolamento. Un regolamento che, come pianamente avviene in altri comuni della penisola, preveda:

- la facoltà di convocazione del Tavolo anche da parte di una certa percentuale dei suoi componenti;

-  l’iscrizione d’ufficio della ASL e dell’ARTA alla lista dei componenti il Tavolo;

- l’istituzione di una segreteria che ne curi le convocazioni e gli eventuali altri adempimenti formali.

Ci auguriamo che l’Amministrazione comunale voglia dar prova della sua dichiarata sensibilità".

La replica all'assessore, da noi per primi sottoscritta.

"Una benevola concessione.

Riepiloghiamo. Le associazioni che compongono il cosiddetto "Tavolo per l’Ambiente" -tutte, tranne Legambiente- più due che pur avendone diritto secondo la Delibera comunale non vengono mai invitate, chiedono all’Assessore comunale competente, a quattro anni dall’istituzione, un regolamento che ne definisca le regole di funzionamento. L’Assessore rifiuta.

Fatta la tara della facile demagogia dei toni (“Serve più partecipazione, non più burocrazia”, come se definirne delle regole andasse a detrimento della partecipazione -il che, detto da un pubblico amministratore lascia un po’ perplessi) la motivazione dell’Assessore sembra essere una sola: “il ruolo consultivo del Tavolo”; la cui convocazione, oltretutto, “non può che rimanere in capo all’Amministrazione stessa onde preservarne le finalità”. Due elementi non sono chiari.

Non è chiaro in base a quale logica il suddetto ruolo consultivo escluda secondo l’Assessore di per sé un regolamento della consultazione.

Non è chiaro per quale ragione il Tavolo, essendo, secondo la Delibera istitutiva, un “organo permanente dell’Amministrazione Comunale” – “permanente”, non occasionale- non possa essere convocato anche su richiesta dei consultati. Invitiamo l’Assessore -visto che siamo in tema- a consultare qualcuno dei regolamenti delle innumerevoli consulte ambientali sparse per la penisola, a cominciare, ma è solo un esempio particolarmente vicino, da quello della Consulta comunale di Lanciano: troverà che vi si prevede, all’Art. 8, la possibilità di convocazione “su richiesta di almeno un terzo dei componenti”.

Ciò che è chiaro invece è che per questa Amministrazione la collaborazione con le associazioni ambientaliste cittadine è una benevola concessione dell’Assessore delegato, che ne dispone dunque a sua discrezione e piacimento. Peccato".

Pubblicato da Mercurio Saraceni

mercoledì 9 dicembre 2020

Nasce la “Biblioteca vastese”




Nasce la “Biblioteca vastese”

Un progetto ideato e curato dalla Pro Loco e dalla “Libreria” di via Cavour. La Pro Loco “Città del Vasto” è un’associazione costituita da volontari che si attivano per la promozione e la valorizzazione del territorio, delle tradizioni, del patrimonio culturale di Vasto. Stefano Angelucci Marino della “Libreria” di Vasto ha reso il suo negozio un centro culturale per la città. Andare in “Libreria” diventa un pretesto per creare di volta in volta un luogo in cui vivono servizi quali corsi, spettacoli, eventi, incontri, laboratori, letture. Quale luogo migliore, per l’esistenza di una biblioteca, di una libreria? Quest’ultima iniziativa che prenderà il via l’11 dicembre, nasce con l’intento di ampliare la disponibilità e la fruibilità culturale in città dando vita ad una biblioteca esclusiva con libri incentrati su storia, arte, teatro, letteratura, tradizioni, opere dialettali, personaggi, autori ed editori vastesi e del suo territorio, nonché testi contenenti specifici riferimenti a Vasto.

Collocata all’interno della “Libreria” di via Cavour, la “Biblioteca vastese” si rivolge a tutti i lettori curiosi e, in special modo, alle scuole e agli studenti del territorio, fornendo testi spesso introvabili o di difficilissima reperibilità. Diretta dalla dott.ssa Renata D’Ardes responsabile del Dipartimento “Archivi storici e bibliotecari” della Pro Loco “Città del Vasto”, la biblioteca nasce grazie alla collaborazione di tante persone, editori vastesi e non, che, generosamente, stanno donando o mettendo a disposizione in comodato gratuito i loro libri. Più di duecentocinquanta sono i titoli già a disposizione ed altri sono in arrivo. Presto, oltre al patrimonio librario cartaceo, sarà disponibile una sezione digitale composta da una emeroteca e da testi in formato PDF ed e-book. A completamento del progetto culturale, la “Biblioteca vastese” si avvarrà del sito istituzionale della Pro Loco “Città del Vasto” in fase di lavorazione, di una pagina Facebook e Istagram, di un blog e di un canale Youtube dedicati alla promozione e divulgazione dei titoli presenti in biblioteca. Per ottenere il prestito dei volumi è necessario registrare i dati di un documento di identità valido. Per i bambini e i ragazzi fino a 15 anni, che sono ancora sprovvisti di documento, occorre quello di un genitore/familiare o accompagnatore. ll prestito è gratuito e riguarda la totalità dei libri presenti nella biblioteca.

Le teorie su come disporre i libri in una biblioteca o nella propria libreria di casa sono tante e dibattute: l’ordine alfabetico in base al titolo o all’autore, le epoche storiche, i generi, la provenienza geografica dell’autore o la casa editrice. Negli ultimi anni i social network hanno suggerito anche soluzioni estetiche, come disporre i volumi per colore o rivolgerli con il dorso all’interno, offrendo così la più omogenea distesa di tagli davanti, fatta di indistinguibili pagine bianche.

Nella “Biblioteca vastese”, oltre all'amore per la città, c’è l’amore tanto per il singolo libro quanto per le contiguità tra libri alle quali una biblioteca dà vita. L’amato libro è parte essenziale di un’ampia, erudita prospettiva nel segno di Aby Warburg e della sua straordinaria e vitale costruzione fondata sul principio, che Roberto Calasso nel suo Come ordinare una biblioteca (Adelphi) definisce «regola aurea», del buon vicino. Del libro accanto a quello che cercavamo e che finiamo per prendere al suo posto, sorprendentemente più adatto e più utile alle nostre ricerche. Warburg, come ha ricordato Fritz Saxl, lo storico dell’arte suo collaboratore, «non si stancava mai di spostare libri e poi spostarli di nuovo. Ogni passo avanti nel suo sistema di pensiero, ogni nuova idea sulla interrelazione dei fatti lo induceva a raggruppare in altro modo i libri che vi erano coinvolti». Ordinare una biblioteca non significa dunque fissarla, stabilirne una volta per sempre i criteri di organizzazione, siano pure plurali e adatti a settori diversi – alfabetico, tematico, cronologico, linguistico –, significa piuttosto percepirne la vita e proteggerla, mantenerne il dinamismo, il respiro e l’osmosi.

Pro Loco "Città del Vasto"


Pubblicato da Mercurio Saraceni

giovedì 3 dicembre 2020

Gli A-NORMALI


Gli a-normali

1910. L'ipotesi per la costruzione di un morotrofio vastese

di Renata D'Ardes

La mente è il “software”, e il software non si “rompe”: funziona male, ha “bachi” (conflitto d’informazioni), è inadeguato al compito, viene danneggiato da un virus (informazioni dannose) … ma non si “rompe”, così come non si “rompe” una poesia, un discorso o una musica.

Come fa allora una “mente” ad “ammalarsi” se non in senso puramente metaforico? La risposta è di Szasz, è che la metafora della “malattia mentale” occulta una forma di comunicazione aberrante per esprimere un disagio, una richiesta d’aiuto causata da un disadattamento a un contesto sociale che spesso non ti accetta, o che è meno che vivibile.

Il “matto” sarebbe lo scarto di produzione del processo industriale di uniformazione degli esseri umani per fare di loro cittadini quanto più possibile identici, omologati. E visto che ogni essere umano è, in partenza, diverso dall’altro, è impossibile che tutti i pezzi riescano altrettanto bene: qualcuno, che aveva in partenza una forma inadatta, risulterà inevitabilmente difettoso, “disadattato”…

Ecco qui, il matto.“I pazzi sono normali?” certo che no. Sono definiti “pazzi” proprio perché non sono normali. In moltissime società, in moltissimi contesti, l’anormalità è, ipso facto, pazzia. E poi trattarsi di anormalità di qualsiasi tipo: politico, sessuale, religioso …

Negare la possibile esistenza d’una differenza come questa significa solo negare il disagio psichico, il bisogno d’aiuto e spesso d’assistenza delle persone profondamente “pazze”.

Significa lavarsi le mani di fronte alla sofferenza altrui, e questo con il comodo e ipocrita alibi di una visione “progressista” e “politicamente corretta”. Tutto ciò non deve farci perdere di vista il fatto che la pazzia, quella grave, profonda, è in primo luogo inadeguatezza al reale, e quindi sofferenza, solitudine, dolore e perfino morte. Il problema del “pazzo” non è se essere “normale” o meno: cosa irrilevante. E’semmai come riuscire a far combaciare la sua realtà “anormale” con la realtà “normale” degli altri, è riuscire a vivere una vita, a suo modo, “normale”, nel senso di gratificante, e il più possibile priva di sofferenza.

Per “pazzia” si intende assurdità, cosa impensabile, per cui il pazzo è persona stravagante e irragionevole, senza ragione; non solo: anche irrequieto, capace di far danno e di essere pericolosa, per cui il matto è riconducibile ad uno stato di “ubriachezza”. La pazzia, come l’ubriachezza molesta, è un comportamento da contenere. Infatti, nel linguaggio comune, si dice “pazzo furioso” e “matto da legare”, come pure si dice “matto come un cavallo” (cioè imbizzarrito).

Dal Seicento al Novecento nasce e si consolida il concetto medico biologico di “clinica della mente” concetto peraltro fortemente inquinato da esigenze di controllo sociale. Di ben altro tono è invece la “clinica della psiche” di stampo umanistico filosofico.

Progressivamente si viene a consolidare la struttura del manicomio e quindi la concezione medicalista e applicativa dell’ospedale psichiatrico. Il risultato è l’istituzione in cui il soggetto deviato/deviante viene rinchiuso, per proteggere il resto della società la quale se ne sta al sicuro al di fuori delle mura. Non solo, ma il controllo sociale diventa anche controllo clinico, portato all'estremo. D’altra parte non esistevano ancora gli psicofarmaci.

Il difetto dell’ospedale psichiatrico tradizionale risiede nell’essere man mano diventato una “istituzione totale”: totale in quanto il soggetto ricoverato deve adattarsi in toto alle regole della micro – società che lo ospita, mentre per lui il mondo esterno quasi scompare. La povertà scientifica della neurologia e psichiatria di quel tempo riducono queste due discipline a mera funzione di etichettamento nosografico e repressione sociale. Di fatto la malattia mentale non viene curata, anzi viene sottoposta a “stigma”.

Con l’evoluzione accelerata della società e della scienza (ad es. la nascita degli psicofarmaci) l’ospedale psichiatrico diventa poi l’istituzione negata (secondo l’espressione di Franco Basaglia) per cui alla psichiatria custiodialistico – punitiva si contrappone l’antipsichiatria. Questo movimento sociale, politico e scientifico conduce all’abolizione del manicomio.

La giusta liberazione  dei “matti” li riporta nella società, però si aprono i risaputi problemi collegati alle difficoltà delle nuove strutture di accoglienza e soprattutto si riaprono i problemi per le famiglie.

Al dolore di base si aggiunge la beffa: il malato di mente già soffre per il male che lo attanaglia, e in più soffre per un male proveniente dall’esterno, fatto di occhiate, alzate di sopracciglia, smorfie con le labbra, pensieri taglienti che come lame s’infilano nell’anima (e anche nel corpo) di colui che ha già un così terribile fardello da portare.

Il pregiudizio degli altri, degli altri che sono sani, ferisce, talvolta uccide. Il pregiudizio talvolta non resta solo un pensiero, ma diventa azione: dallo sguardo si passa al comportamento … e da qui stigmatizzazione, emarginazione, isolamento, custodialismo, punizione.

Tutti questi meccanismi di difesa della persona sana tutelano sì la persona sana dall’angoscia, ma in realtà vanno poi a colpire il più debole.

Elenco tre esempi di come in modo assai differente la società ha valutato il famoso fenomeno denominato “genio e sregolatezza”. Per certi versi il genio e il folle sono accumunati dalla “rottura delle regole”: pertanto essi convergono nella a-normalità, nella creatività, nella innovazione, psicologicamente parlando nel pensiero divergente.

Il genio folle: Vincent Van Gogh

(Vincent Van Gogh)

Questo immenso pittore, sicuramente mentalmente disturbato, è forse il paradigma della malattia mentale realmente esistente che si associa ad una feconda creatività. Non solo, ma la società dei sani si impadronisce di questo frutto artistico e ne fa un potente sfruttamento economico. Quindi Van Gogh è matto ma produce tantissimo denaro. Ecco l’ambiguità del giudizio sociale di massa: il matto utile viene riabilitato. Nel caso di Van Gogh la diversità – devianza è tanto negativa quanto positiva.

Il genio rifiutato: Galileo Galilei

(Galileo Galilei)

Nel caso di Galileo non c’è follia però la sua genialità viene negata, sia pure solo da una élite sociale in quanto la sua devianza è troppo specialistica per essere compresa dalle masse. Egli viene “bollato” in quanto troppo in anticipo con i tempi. La sua è una bocciatura socio – politica, peraltro senza stigmatizzazione in termini di malattia mentale. Nel caso di Galileo la diversità – devianza è negativa.

Il genio burlone: Albert Einstein

(Albert Einstein)

La genialità di Einstein è universalmente riconosciuta, anche dal popolino. Ma certi suoi atteggiamenti, in altri tempi e in altri contesti, lo avrebbero forse potuto etichettare non solo come strano ma anche come folle: infatti i folli spesso ridono e irridono in modi che i benpensanti non riescono a capire … ma anche certi scienziati lo fanno. Nel caso di Einstein la diversità – devianza è positiva.

Queste tre persone che diventano “personaggi pubblici” ben dimostrano le ambiguità e le follie del giudizio sociale emesso o dalle élites o dalle masse, giudizio ampiamente condizionato da fattori storici e sociali di cui colui che giudica non è consapevole.

Con la nascita degli ospedali psichiatrici, anche la Città di Vasto doveva avere il suo manicomio interprovinciale. Questa notizia è stata pubblicata sul giornale “Istonio” del 6 Marzo 1910.

Recita così:

Il Risveglio Medico, una pregevole e simpatica rivista di medicina, chirurgia ed igiene, di cui è redattore capo il Dr. Iavicoli, e che fa onore alla classe sanitaria della intera regione, pubblica un interessante e sennato articolo, che prende le mosse dall’ultima esposizione finanziaria fatta dal presidente della Deputazione Provinciale di Chieti.

L’egregio estensore, dopo di essersi intrattenuto sul migliorato servizio degli esposti nella nostra provincia, specialmente con l’apertura del brefotrofio in Vasto, è venuto a trattare il tema dell’assistenza dei mentecatti poveri, la quale oggi grava sul bilancio provinciale col non indifferente onere di circa 123 mila lire: onere che sarebbe di gran lunga superiore se, per fortuna, il Chietino non desse una delle più basse percentuali di pazzi in Italia.

Pur tuttavia, da questo argomento il Risveglio, che non cessò mai di propugnare l’istituzione di un manicomio provinciale per ragioni di scienza e d’opportunità, si dichiara ora convinto, in base alle cifre esposte nella relazione del Comm. Nobile, come il bilancio della nostra Provincia non offra margini per provvedere alla costruzione di un manicomio proprio, tutto proprio, la cui spesa non sarebbe certamente inferiore ad un milione di lire; e sostiene che occorre, invece, fermarsi ad esaminare le tre proposte seguenti:

1) Chiedere alla Stato quanto è necessario perché la nostra Provincia sia in grado di porsi a livello delle altre;

2) Promuovere l’istituzione di un manicomio interprovinciale tra Teramo, Chieti e Campobasso, o semplicemente tra Chieti e Campobasso;

3) Studiare se con la somma che si spende oggi, e con una parte del beneficio che si avrebbe tra due anni dalla proposta Sonnino, per la cessione dallo Stato alle Provincie del provento derivante dall’ultimo decimo di guerra, aggiunto all’imposta sui terreni, sia possibile pagare gl’interessi e la quota di ammortamento del capitale, necessario per la costruzione, magari a gradi, del manicomio, nonché le spese del relativo funzionamento.

Su queste tre proposte, che, secondo noi, concretano i più semplici e vitali quesiti della questione, occorre quindi convergere ogni studio, se vuolsi conciliare gl’interessi della scienza e dell’umanità con le esigenze finanziarie; epperò con esse il seme è lanciato, il polline è dato al vento, e non si tratta di una improvvisazione o di un sogno irrealizzabile. Intorno al grave problema deve anzi formarsi una pubblica opinione; e questo dovere di propaganda spetta principalmente alla stampa, perché solo dall’attrito sereno ed obiettivo delle idee può scaturire il programma netto e preciso della soluzione.

Certo è che l’impianto di un manicomio, preferibilmente in consorzio col limitrofo Molise, s’impone; e noi crediamo che tra i luoghi più adatti sia da designare Vasto, così per la sua centralità e per ogni altro opportuno requisito naturale, come per considerazioni di convenienza distributiva, essendo la nostra città rimasta lungamente negletta e solo da qualche decennio avviata ad un avvenire più conforme al suo decoro e al progresso dei tempi”

 

(Istonio n. 10 del 6 marzo 1910 - Archivio storico comunale - Vasto)

I dementi di Vasto, venivano ricoverati presso il Manicomio di Aversa. Certificati, permessi, delibere ed informazioni, se positive (nel senso che dopo la lettura dei certificati, il malato risultava nullatenente, pericoloso, disturbatore della quiete pubblica) allora il demente poteva raggiungere Aversa accompagnato dalle Guardie Municipali. La Deputazione Provinciale di Chieti si impegnava a pagare il mantenimento e le cure del malato, poiché la famiglia risultava indigente.

Il manicomio di Aversa ha avuto molti nomi: Pazzeria degli incurabili, Reale casa de’matti, Reale Manicomio della Maddalena, Real Ospedale Psichiatrico di Aversa, Ospedale psichiatrico S. Maria Maddalena (ultima denominazione).

La sede manicomiale del Regno era ubicata nel cinquecentesco Ospedale “degli Incurabili” di Napoli. Già in età borbonica ci si accorse della sua inadeguatezza e la necessità di creare degli spazi attrezzati e configuranti. Fu, tuttavia, il Re di Napoli Gioacchino Murat che nel 1813 con un Regio decreto mise mano alla questione e fondò le “Reali Case de’matti”.

Il fatto che molte di queste Case fossero ospitate in antichi conventi e ne mantenessero la struttura e l’aspetto non è un caso. La loro creazione coincise con un periodo di grandi espropri di possedimenti ecclesiastici. Murat stesso nel 1809 nel quadro di una riforma di ammodernamento dello Stato confiscò più di un centinaio di monasteri. La loro destinazione ad uso civile rimase anche dopo la fine del periodo Napoleonico. Aversa non fece eccezione ed il primo nucleo fu sistemato nel confiscato convento della Maddalena.

(Ex Convento della Maddalena ed ex manicomio di Aversa, un pezzo di storia abbandonato)

Con l’avvento dei francesi la “pazzeria” viene smantellata e creato il primo luogo deputato esclusivamente alla cura ed al ricovero dei malati di mente. I folli erano curati con una organizzazione di vita che era fatta di regole ed orari, ma anche divertimenti e svaghi, occupazioni in attività varie come ascolto di musica, attività teatrali ecc. Oggi potremo dire un percorso di “socializzazione”. Tutto ciò era davvero rivoluzionario se si pensa che i folli erano curati con salassi, purghe “per permettere l’evacuazione delle parti folli del sé”, bagni gelati, punizioni e contenzione.

Il primo direttore fu l’abate Giovanni Maria Linguiti, un teologo che aveva fatto degli studi “sul trattamento dei folli”. Col susseguirsi di direttori, di ampliamento della struttura ed aggiunte, la Real Casa de’matti fu il primo manicomio moderno d’Italia, diventando una struttura all’avanguardia in tutta Europa e, per quanto grande, lo spazio si rivelò sempre insufficiente per le continue domande di internamento.

(Real Casa dei matti di Aversa)

Si arriva così, con fasi alterne, al ventesimo secolo, con un anticipo di quasi un secolo sull’istituzione dei manicomi in Italia, avvenuta con la legge N°36 del 1904, rimasta in vigore fino all’abolizione con la legge 180 del 1978, conosciuta anche come legge “Basaglia”.

Molti ritengono che la legge 180 abbia stabilito la definitiva chiusura dei manicomi. In realtà, gettò solamente le basi culturali e scientifiche del processo di chiusura. In definitiva Basaglia sosteneva che il malato doveva essere collocato in ospedale solo in situazioni di emergenza, non gestibili dal malato o dalla famiglia, e restarvi solo per il periodo di tempo necessario. Inoltre, previde il divieto di costruire nuovi manicomi e la graduale chiusura di quelli esistenti.

L’ospedale psichiatrico fu svuotato nel 1998 e chiusa nel 1999. E’la fine di un’epoca di cui si doveva preservare la memoria e le testimonianze più fulgide. Tutto invece sembrava destinato a cadere nell’oblio.


Pubblicato da Mercurio Saraceni

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