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lunedì 6 dicembre 2021

LA TESSITRICE CIECA O DELL’ ABITARE

(Foto Nicola Anelli: La tessitrice)

LA TESSITRICE CIECA O DELL’ ABITARE

di Luigi Murolo

Un manifesto. Il semplice manifesto della “Pro Loco "Città del Vasto" su di un concerto annunciato per il Natale. Una fotografia “d’antan” che riconduce il viaggiatore dei cammini abituali sul percorso di una città, divenuto irriconoscibile per i contemporanei. Un Vasto (ricordo sempre che il nome è maschile) di cui abbiamo smarrito lo spirito del luogo. Per l’occasione, ho ritenuto d'obbligo un breve commento all’immagine che accompagna il messaggio dell’accademia corale del Liceo Musicale di Vasto.
(Manifesto concerto - Composizione Grafica "ArtWork")
Fotografia notissima quella che ripubblico in questa sede. Nessuna novità sul piano iconografico. Ciò che cambia, forse, è l’intensa tonalità seppia che, in qualche modo, rompe con il pallore della stampa monocromatica (b/n) cui siamo abituati. Per la verità, la sua pubblicazione nel 1929 sul volume in-folio di Luigi Anelli (“Histonium e il Vasto attraverso i secoli”) tendeva già verso la trasparenza calda del bruno-nero. Ma la copia che ho fotografato aveva, probabilmente, già assorbito l’alterazione cromatica della patina del tempo. Non conoscendo la lastra originale – dovuta quasi sicuramente allo scatto esperto di Nicola Anelli (1870-1938) databile grosso modo agli anni Venti dello scorso secolo (le foto pubblicate nel libro in questione risalgono tutte al quel periodo) – è impossibile formulare qualsiasi ipotesi. In ogni caso, di là dai caratteri tecnici (cui mi guardo bene dal parlarne), il mio interesse è solo iconografico.
Il luogo di cui si sta parlando è l’accesso ovest della via denominata a metà Ottocento “Strada Stanziani” che immetteva sulla piazza in quel periodo appellata “Largo delle Erbe” (oppure “piazza del Pesce”). Dalla grande riforma toponomastica del 1872 in poi hanno assunto le nuove denominazioni di “via del Buonconsiglio”, l’una; di “piazza Caprioli”, l’altra. Le stesse che incontriamo oggi. Il selciato con i ricorsi centrali in pietra lavica – con l’intero impianto stradale del centro storico realizzato nel 1887 – rendeva il percorso carrozzabile. Lo scenario raffigurato nella foto si colloca, nel quarantennio compreso tra il 1887 e il 1929. Il “clic” che immortala il fondale profila un quadro urbano temporalmente ben definito anche se, come già detto, lo scatto è riconducibile agli anni Venti del Novecento. Ora, di là dalla datazione, va ricordato che non sono le “cose” che connotano il “genius loci” di questa rappresentazione. Ma la donna al telaio collocato in un’area pubblica e l’uomo seduto ai piedi della scala esterna. Con un significato evidente. Lo spazio della vita non è riconducibile alla sola stanzetta in alto raggiungibile attraverso una sorta di profferlo con il ballatoio che congrega due ingressi. Non solo uno stambugio al “chiuso”, insomma. Ma lo stesso “aperto”. Dove “chiuso” e “aperto” offrono all’occhio attento dell’osservatore il senso stesso dell’“ex-sistere” o, se si vuole, dell’“abitare”.
La minuscola casa con l’uscio sotto la linea di colmo è un corpo aggiunto a Palazzo Meninni (part. 902, del catasto 1870). Si adeguava lungo il paramento murario nord dell’antico Convento degli Agostiniani trasformato in luogo abitativo, devastato da un violento incendio che, il 21 novembre 1870, aveva cagionato la morte di cinque membri della famiglia Ialacci. Nel censimento del 1901, al n.1 di via Buonconsiglio, viveva in affitto la famiglia Ciampagna. Uno dei cui membri (sarti) sposa Rosa Giosa, la protagonista assoluta dell’inquadratura fotografica. L’amico Francesco Feola, autore del libro “Paranze” (l’unico e fondamentale libro sulla marineria vastese interamente costruito sulla storia orale), mi ha riferito che la vecchia signora lì per sempre fissata dallo scatto era la sua bisnonna. Che aveva una pesante menomazione fisica: la cecità. E per quanto mi riguarda, una tessitrice cieca era l’ultima delle possibilità che avrei potuto ipotizzare!
Del resto, l’immagina parla da sé! Il volto della vecchia signora proteso in avanti non ammette equivoci! Si ha l’impressione che gli occhi guardino il fotografo avendo il telaio bloccato. E invece no! Gli occhi perduti nel buio non incidono affatto sul lavoro artigianale. Il lavoro delle mani e dei piedi sul pedale intrecciano ordito e trama senza il bisogno della vista. Le articolazioni viaggiano da sole: a guidarle è l’esperienza di vita. La tessitrice “abita” la macchina lignea. Ma come? In che senso l’avrebbe “abitata”. In modo molto semplice; secondo l’etimologia del verbo. Dimenticavo. “Abitare” altro non è che “habitare”, il frequentativo medievale del latino classico “habēre” con valore semantico proprio di “avere”. La signora Rosa “aveva”, “possedeva” la tecnica della tessitura. Non aveva bisogno della vista. Le era sufficiente la mente capace di orientare la movimentazione degli arti superiori e inferiori.
Magnifica Rosa Giosa! Abitava la macchina allo stesso modo in cui abitava il “chiuso” e l’“aperto”. In un solo atto congregava in se stessa lo spazio della vita. Anzi, era la vita nella sua forma più alta. Del resto, l’omino accovacciato sulla scala (un parente? Un amico?) disvela lo “star fuori dalla vita”; lo stare in un angolo. L’assenza dal mondo. Lo scatto profila in modo esemplare la dialettica dei paradossi. La cieca (il femminile) afferma il primato dell’essere; il sano (il maschile) lo nega.
Mi tornano in mente alcune parole di Martin Heidegger scovate in un saggio dal titolo “Costruire, abitare, pensare” che non posso sottacere. Il verbo essere, il costruire, l’abitare declinati nel suo tedesco rammentano a tutti noi quanto segue:
«Che cosa significa allora “Ich bin” (Io sono)? Il vecchio termine “bauen” (costruire), cui appartiene “bin” è così declinato: “ich bin, du bist” e significa: io abito, tu abiti. Il modo in cui tu sei e in cui io sono, la maniera in cui tu sei, e in cui io sono, la maniera in cui gli esseri umani “sono” sulla terra, questo è il “buan”, l’abitare».
Ecco! Mi premeva dire solo questo. E l’antica tessitrice cieca, la sconosciutissima Rosa Giosa rimasta nel tesoro memoriale di un suo discendente, ha avuto la straordinaria forza di confermarlo.
 
 
Pubblicato da Mercurio Saraceni

lunedì 6 aprile 2020

Ippioflauto Tediscen e il ricettario natalizio del 1904


Ippioflauto Tediscen - Ricettario del 1904 Foto 1


di Giacomo de Crecchio

Ogni tanto una sorpresa…
… un quadernino di ricette, che elenca tante prelibatezze e porta la data:

“Vasto, 29 dicembre 1904”.

Erano trascorsi 27 anni dalla morte di Ippioflauto Tediscen (Vasto, 15 luglio 1802 – Vasto, 1 marzo 1877) e l’antica tradizione culinaria familiare – anche se attraverso una discendenza creatasi per adozione – continuava a tramandarsi da Ettore Mariani Monacelli (Vasto, 1 luglio 1874 - Vasto, 6 ottobre 1943).



 Timbro a secco di Ettore Mariani Monacelli
(Foto 2 - Timbro a secco di Ettore Mariani Monacelli)

Il pronipote Ettore aveva ricevuto l’antico ricettario assai sgualcito e forse in quella data, anche per esercitarsi nella bella calligrafia, aveva pensato di copiare il manoscritto di Filippo Betti, cui piaceva usare il menzionato pseudonimo.

Timbro a secco di Filippo Betti
(Foto 3 - Timbro a secco di Filippo Betti)
Il ricettario può suggerire un tipico pranzetto del periodo di festa, tra Natale e Capodanno.
Inizia con due primi piatti: un “sartù di riso” ed anche una “zuppa alla santè” di origini francesi, per passare ad una seconda portata che, attingendo sapori dalle vicine Marche, propone “salcicciotti di carne di maiale” ed una terza "stufato di piccione".



 Foto 4 Ippioflauto Tediscen
(Foto 4 - “Sartù di riso” e "Zuppa alla santè”)


 Foto 5 Ippioflauto Tediscen

(Foto 5 - “Salcicciotti di carne di maiale”)


 Foto 6 Ippioflauto Tediscen

(Foto 6 - "Stufato di piccioni")

Poi, per combattere il freddo (di questi giorni) si potrebbe far ricorso ad una zuccherosa “crema di sangue” che ben si accompagna ad un tarallo di “cicerchiata” al miele.





 Foto 7 Ippioflauto Tediscen

(Foto 7 - "Crema di sangue")



 Foto 8 Ippioflauto Tediscen
(Foto 8 - "Cicerchiata")
E non finisce qui!
Per golosi buon gustai, altre squisitezze: “diavoletti” e “mostaccioli”, che insieme a “castagole” e “mandorle terrate” verranno innaffiate da una aromatica “ratafia” di amarene.

 Foto 9 Ippioflauto Tediscen
(Foto 9 - “diavoletti” e “mostaccioli”, “castagole” e “mandorle terrate”)


 Foto 10 Ippioflauto Tediscen
(Foto 10 - "Ratafia")
Ma, il buon Ippioflauto Tediscen, ovverosia Filippo Betti, seppe nutrire anche la mente e pubblicò:
• “Tentativi di Ippioflauto Tediscen circa alcune etimologie disperate nei lessici”, Napoli, Stamperia e Cartiere del Fibreno, 1866, p. 288. L’originale può essere acquistato per € 85,00 rivolgendosi ad “IBS.it”; in alternativa lo si trova in copia digitale su “Internet Archive”.


 Foto 11 Ippioflauto Tediscen
(Foto 11 - “Tentativi di Ippioflauto Tediscen circa alcune etimologie disperate nei lessici”)

• “Comento della Divina Commedia di Ippioflauto Tediscen”, Vasto e Lanciano, Tipografia di Domenico Masciangelo, 1873, p. 1164.


 Foto 12 Ippioflauto Tediscen
(Foto 12 - “Comento della Divina Commedia di Ippioflauto Tediscen”)

Un libro introvabile, che può essere letto all’indirizzo “BSB Bayerische StaatsBibliothek digital”.
• “Logochimica”, s.l., s.e., s.d.

Questo ultimo, per me è… W A N T E D !



domenica 1 marzo 2020

Raffaele Liberatore


Nessuna descrizione della foto disponibile.












IL SUO ARRIVO A VASTO NEL 1804

Ecco come Emmanuele Rocco descrive Vasto


di Mercurio Saraceni

Sfogliando una vecchia raccolta rilegata del giornale parmense del 1845 "LA LETTURA", un tomo di quasi 800 pagine, mi sono imbattuto in un articolo biografico scritto da Emmanuele Rocco su Raffaele Liberatore. Chi era costui? Nato a Lanciano il 22 ottobre 1787 da Pasquale Maria e da Caterina Bocache, viene descritto come persona di grande intelligenza e cultura. All'età di soli 18/19 anni fu chiamato, come "apprendente", dall'allora Ministro degli Affari Esteri del Regno di Napoli, il Marchese M. Mastrilli, poiché fortemente impressionato dalla sua cultura. Percorse una rapida carriera: primo ufficiale di gabinetto nel 1811; capo divisione nel 1813; insignito di medaglia d'onore nel 1814; cavaliere dell'Ordine delle Due Sicilie nel 1815; promosso ufficiale di carico nel 1817; ufficiale di Dipartimento nel 1820. Dopo lo scoppio dei moti del 1820, Liberatore fondò a Napoli, con insigni giuristi e storici, la rivista "La Minerva napolitana" considerata il periodico tra i più autorevoli a livello culturale dell'epoca. Oggi la Biblioteca Comunale di Lanciano porta il suo nome. 
All'età di 17 anni, Liberatore si reca a Vasto ed ecco come Emmanuele Rocco, Presidente dell'Accademia dei Filopatridi, in occasione della sua scomparsa avvenuta 11 giugno del 1843, descrive  la nostra città e gli uomini che la caratterizzavano ai primi dell'800 sul giornale parmense (pagg. 718 e 719).
                          L'immagine può contenere: testo
"In questo tempo, e precisamente nel 1804, il Liberatore cominciò a farsi distinguere su più ampio teatro; eppure non contava che diciassette anni. Recossi nel Vasto, che poteva allora considerarsi come l'Atene degli Abruzzi: infatti vi fiorivano parecchi valentuomini, quali il conte Giuseppe Tiberii, suo fratello Nicola poeta, pittore e incisore, suo figlio Francesco primicerio nella Chiesa collegiata di S . Pietro , che poi fu vescovo di Solmona, Benedetto Betti dottissimo nella storia del Vasto e di tutta la regione frentana, il P. Teodoro Laccetti ex provinciale de' M . C., Nicolò Suriani canonico teologo, il can. Michele de Meis, gli avvocati Vinceslao Mayo, Aniceto Celano, Romualdo Celano, Francesco Marchesani, i celebri dottori fisici Saverio Vassetta, Carlantonio Agrifoglio e Domenico Rajani, ed altri in gran numero. Ma fra tutti si distingueva in particolare il P. Vincenzo Gaetani de' Chierici Regolari della Madre di Dio, il quale dopo essere stato professore di Belle Lettere nelle publiche scuole del Vasto, dettava allora con somma lode filosofia e matematica, e contava fra i suoi uditori un Gabriele Rossetti, un Francesco Romani, un Francesco Paolo de Meis, un Roberto Betti, e Camillo Celano, e Antonio Tiberii figlio di Giuseppe, Quirino Mayo, il can. Uranio Mayo, Giuseppe Nasci, Cesario Meninni, Florindo de Baroni Muzii, il Barone Mascione, ed altri moltissimi ancor viventi che tutti si segnalaron dappoi chi in una facoltà, chi in un'altra.
Tale era la città del Vasto, l'antica Istonio, quando vi giunse in casa di Benedetto Betti suo parente il modesto giovane Liberatore a farvi palese il suo ingegno: e molto dovette al certo godere di trovarsi tra uomini di matura età rispettabilissimi per sapienza e virtù, e fra giovani ottimamente istituiti e delle più grandi speranze".

Che dire? Meglio non far paragoni con oggi!!!


Conferenza all’Università “D’Annunzio” di Chieti su “Carlo d’Aloisio da Vasto, Artista e Promotore di Arte e Cultura”

  Conferenza all’Università “D’Annunzio” di Chieti su “Carlo d’Aloisio da Vasto, Artista e Promotore di Arte e Cultura” Nel 130° della nasci...