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domenica 20 giugno 2021

Raffaele Mattioli Banchiere - Umanista - Uomo 3/5

 

 (continua dall'articolo precedente)



























Raffaele Mattioli. 
Banchiere - Umanista - Uomo

di Renata D'Ardes

Pur essendo convinto antifascista, un autentico libe­ral—progressista, Mattioli aveva ottimi rapporti con Mussolini. Con Palmiro Togliatti ci fu una forte amicizia personale, animata anche dai comuni interessi umanistici e dal gusto delle preziose citazioni e delle belle e curate edizioni. Il rapporto col PCI e con Togliatti si materializ­zò attraverso Piero Sraffa, al quale aveva fatto pervenire cospicui contributi alle spese per il ricovero di AntonioGramsci; dopo la morte dell'intellettuale sardo nel 1937, Mattioli si adopererà per salvare i suoi «Quaderni del car­cere», custodendoli nella cassaforte della banca per poi consegnarli, tramite Sraffa, a Togliatti.

(Piero Sraffa)

(Antonio Gramsci - 1922)

Nello stesso tempo, Mattioli seppe mantenere, con sicura e dignitosa autonomia, i necessari rapporti di utile collaborazione con gli uomini preposti alla direzione governativa del nostro Paese, nel dovere che egli sentiva di recare, dal posto che occupava, il massimo contributo allo sviluppo dell’economia italiana.

Un giorno Mattioli ricevette in banca l’amico e conter­raneo Giovanni Titta Rosa, il quale gli chiese un contri­buto per Umberto Fracchia, singolare e geniale personag­gio del giornalismo e della letteratura, che avrebbe voluto fondare un settimanale. Il banchiere gli firmò un assegno di 50.000 lire e, in quell’occasione, Mattioli siglò l’atto di fondazione de «La Fiera Letteraria». Fu il primo gesto ufficiale di mecenatismo, ma si trattò pur sempre di un aspetto esterno al suo «umanesimo», come lo definì Natalino Sapegno.

(Giovanni Titta Rosa)

Banchiere umanista o umanista banchiere? Alberto Vigevani, il libraio antiquario milanese, poi amministra­tore della Ricciardi e componente del consiglio di ammi­nistrazione della casa editrice, privilegiò, fra i due termi­ni, l’umanista. Malagodi, invece, preferì parlare di «un uomo completo», che alimentava di esperienza umana e pratica la sua cultura, allo stesso modo in cui alimentava di cultura il suo lavoro pratico.

Se vogliamo renderci veramente conto di quello che è stato l’umanesimo di Mattioli, dobbiamo andare al di là di questi aspetti esterni, e cercare di cogliere quello che era il nucleo profondo di questa sua attività, di renderci conto delle ragioni per cui in lui potevano convivere come cose distinte, ma vivere veramente, facendo una cosa sola, intrecciandosi continuamente aspetti apparen­temente così distinti e così diversi come quelli del Mattioli banchiere e del Mattioli umanista, lettore, edito­re di testi, poeta nelle ore libere, traduttore di scrittori inglesi con mano estremamente felice; si deve, dunque, tentare di penetrare in questo nucleo profondo in cui tutti gli aspetti della personalità di Mattioli vengono ad incontrarsi e a costituire un’unità. Questo nucleo profon­do, questa radice dell’umanesimo di Mattioli non può risiedere altrove se non in una concezione della vita, dicia­mo in una filosofia; una filosofia che diventa vita.

Attraverso la Comit, Mattioli svolse un’intensa azione di mecenatismo culturale, finanziando riviste («La Fiera Letteraria», «La Cultura»), istituzioni (fu presidente e finanziatore dell’Istituto Italiano pergli Studi Storici), case editrici (ricoprendo il ruolo di consigliere culturale della Ricciardi promuovendone la storica collezione lette­raria di Studi e Testi).

(La Fiera Letteraria)


Nel 1933 Mattioli fu scelto dal Governo a sostituire Toeplitz al vertice della banca; ciò pur essendo stato, per sette anni, stretto collaboratore di un Toeplitz verso cui il regime fascista nutriva aperta ostilità.

Mattioli raccolse l’eredità di una banca fallita, disorga­nizzata e riuscì a realizzare una vera e propria rifondazio­ne tecnica dell’istituto, assicurando all’economia del Paese una struttura che sistematicamente si distinse nella performance e nello stile operativo. Mattioli riuscì in ciò, interpretando al meglio quel ruolo nuovo di grande ban­chiere pubblico, a cui lo chiamava la riforma bancaria del 1936.

Riuscì nell’impresa di guidare la banca che gli fu affi­data «come un privato»; operò in autonomia, secondo i canoni della tecnica e dell’esperienza bancaria nel conce­dere il credito; servì l’interesse generale rendendo la Comit, sin dal 1937, profittevole e solida.

La Comit, da lui diretta, faceva quanto poteva per tonificare l’economia con esiti via via più lusinghieri. Tradizionalmente era stata la banca delle industrie, ma nel secondo dopoguerra, date le difficoltà alimentari, si volse risolutamente verso le campagne per l’agricoltura; un mutamento d’indirizzo che inorgoglì Mattioli.

Più che dell’esperienza di Toeplitz, Mattioli finì così col riallacciarsi idealmente a quella della Comit di Joel, della Comit del periodo giolittiano. Come allora, anche se in condizioni e con strumenti molto diversi, la Banca mise la sua organizzazione e i suoi mezzi al servizio di una cresci­ta diffusa, in una funzione di supplenza rispetto a un mer­cato dei capitali altrimenti impotenti a svilupparsi.

Naturalmente, per garantire una crescita del sistema dell’impresa solida e stabile, non poteva bastare la Banca Commerciale Italiana; e non sarebbe bastato neppure che l’intero sistema bancario si fosse comportato secondo il modello della Comit di Mattioli. Erano necessarie molte altre condizioni che non dipendevano certo da Mattioli e dalla sua Banca.



Una prima condizione consisteva nella capacità degli industriali stessi di fare i salti di qualità comportati dalla crescita delle loro imprese. Tutti sanno che, per ogni atti­vità economica in sviluppo, esistono soglie di fronte alle quali o si effettua il salto o si comincia a deperire.

Una seconda condizione consisteva nell’esistenza di margini di autofinanziamento. Il credito bancario avreb­be dovuto consentire soltanto l’avviamento dell’attività o della crescita, il cosiddetto prefinanziamento.

Di qui la terza condizione: il credito bancario avrebbe potuto essere restituito ricorrendo al mercato dei capitali o usufruendo del credito a medio e a lungo termine. Nel nostro Paese il mercato dei capitali è sempre stato mode­sto, asfittico e distorto. La stessa esperienza storica delle grandi banche «miste» trovò la sua principale spiegazione sulla base di una tale carenza. Quanto agli istituti di cre­dito mobiliare, chiusa la fase storica delle banche «miste», per lungo tempo rappresentarono il grande vuoto lasciato dalla legge bancaria. Lo stesso Mattioli nel 1946 inventò, e poi realizzò, Mediobanca, per anni l’unico istituto di credito a medio termine presente sul mercato italiano.

Le banche d’interesse nazionale, proprio quelle che avevano costituito Mediobanca, continuarono in pratica a fare anche il mestiere di quest’ultima, nel senso che con­tinuavano a concedere finanziamenti che solo formal­mente furono a breve termine, ma in sostanza rappresen­tavano posizioni stagnanti di durata pluriennale, riferite ad esigenze che normalmente avrebbero dovuto essere soddisfatte mediante forme di credito a medio termine. Mattioli ritenne che tali finanziamenti andassero trasferi­ti a Mediobanca, anche se per arrivare a ciò occorreva che questa venisse a disporre delle risorse necessarie. Tale risultato poteva agevolmente essere realizzato se le banche di interesse nazionale avessero accettato di alleggerirsi -trasferendoli a Mediobanca- di una parte dei loro finan­ziamenti.

Mediobanca divenne, a questo punto, una delle più importanti istituzioni di mercato bancario e finanziario italiano, modello sul quale furono create tante piccole altre pubbliche e private: piuttosto pubbliche che private, piuttosto inefficienti che efficienti, mentre Mediobanca rimase fedele a quel modulo e a quella impronta che le diede il suo fondatore.

(continua)

Renata D'Ardes


Pubblicato da Mercurio Saraceni

domenica 23 maggio 2021

Raffaele Mattioli - 2/5

 

(Raffaele Mattioli)


Raffaele Mattioli. Banchiere - Umanista - Uomo 

di Renata D'Ardes

(continua dall'articolo precedente)



Alla Bocconi, furono suoi colleghi ed amici Nino Levi e Carlo Rosselli. E fu proprio Angelo Sraffa, emi­nente giurista, fondatore del moderno diritto commer­ciale italiano, docente e poi rettore della Bocconi, a incaricare Mattioli del riordino e dell'arricchimento della biblioteca dell’ateneo, forse avendo già ravvisato in lui «la capacità e il fiuto della classificazione, l’istinto dello scaffale», che lo faceva tanto somigliare a Benedetto Croce, come sosteneva Titta Rosa.

(Carlo Rosselli)

Nel 1922 Mattioli concorse al posto di Segretario Generale della Camera di Commercio di Milano, con il grado più alto nella gerarchia del personale interno di quest’ente.

Riccardo Bacchelli raccontò che: «...vinto il concor­so brillantemente, tardavano a convocarlo e insediarlo. Sospettando una manovra defatigante, Mattioli s’inse­diò da sé; aveva sul tavolo file di pulsanti di campanelli elettrici dei vari uffici, li pulsò tutti e cominciò così a farsi conoscere dai più o meno autorevoli e stupefatti funzionari e impiegati... ».

(Riccardo Bacchelli)

Il periodo trascorso alla Camera di Commercio fu considerato alla stregua di una prova generale dei ben più gravosi impegni che gli sarebbero toccati in banca e del modo in cui li avrebbe affrontati. Presso tale sede si trovò a gestire i finanziamenti a favore d'istituzioni uni­versitarie e a concepire iniziative di ricerca economica, stimolando la cooperazione di enti diversi; partecipò all’elaborazione del progetto di riforma della Borsa e maturò la sua prima esperienza come organizzatore delle attività d’ufficio, redigendo il regolamento generale della Camera di Commercio di Milano. Sarebbe stato ricordato dai suoi collaboratori, dopo aver lasciato la segreteria della Camera di Commercio, per la sua gran­de capacità di lavorare e far lavorare gli altri, di non lasciare mai irrisolta una questione piccola o grande che fosse, di non enfatizzare ogni cosa, potendo e dovendo rientrare -era solito dire- nella strada maestra della nor­malità.

Nel 1925, prima della scadenza del mandato camera­le, Mattioli ricevette la conferma del nuovo incarico presso la Banca Commerciale Italiana, come «capo di gabinetto» dell'amministratore delegato Giuseppe Toeplitz e con il grado di condirettore, indubbiamente un ottimo livello di partenza per un neo-assunto. Questa nevralgica mansione gli dava la prospettiva di una carriera rapida, come avvenne per tutti e quattro i segretari di Toeplitz: Alessandro Joel, Enrico Marchesano, Raffaele Mattioli e Giovanni Malagodi.



(Giuseppe Toeplitz)

Mattioli, ferratissimo in materia scientifica, tecnica e organizzativa, aveva esperienza di lavoro direttivo e si era cimentato in diversi tipi di scrittura, dalla prosa econo­mica alle relazioni per la Camera, a progetti ed esposti di politica economica alle autorità; era provvisto di un’ampia rete di conoscenze personali, sia negli ambien­ti degli affari, sia nell’amministrazione statale e cittadi­na, sia tra gli economisti.

Data la posizione di segretario personale di Toeplitz, il lavoro di Mattioli non concerneva un particolare aspetto o settore dell’attività bancaria, ma si trovò a spa­ziare su tutte le politiche e le pratiche di vertice dell’istituto, talvolta sotto la forma di incarichi «specia­li» conferitigli fiduciariamente da Toeplitz a seconda delle necessità.

Nelle relazioni annuali che redigeva, si identificò chiaramente il forte influsso di Attilio Cabiati, da uno stile molto conciso si passò a una scrittura sinuosa, ricca di aggettivazioni, talvolta allusiva; vi compare un tipo di ragionamento, un modo di condurre le analisi e le valu­tazioni della situazione generale più da economista che da operatore, affiorando timidamente un ruolo preposi­tivo nelle politiche bancarie. Il modello al quale Mattioli poteva fare ideale riferimento era quello delle relazioni di alcune banche inglesi e americane che varie volte aveva riassunto e tradotto per la «Rivista Bancaria».


(Rivista Bancaria)


(Attilio Cabiati)

Con l’assunzione di Mattioli, Toeplitz e la Comit compirono una scelta di cultura economica molto avan­zata; la BCI era al culmine della sua espansione, ma anche alla vigilia dello scivolamento sulla china che l’avrebbe portata a quella crisi da cui sarebbe uscita profondamente rinnovata, proprio sotto la guida di Mattioli. Il decollo industriale dell’Italia fu indissolubil­mente legato a loro; il che non significa che si sostituis­sero agli imprenditori nella fondazione delle industrie, ma li agevolarono straordinariamente, con metodi con­soni ai rispettivi periodi.

Affiancò Toeplitz soprattutto nelle trattative con i banchieri americani. Dei prestiti esteri egli fu in grado di cogliere sia la funzione di sollievo finanziario imme­diato, sia le ripercussioni sulla situazione monetaria, sia il contributo che potevano dare a una trasformazione strutturale del mercato finanziario in Italia.

Dell’incontro di Mattioli con Toeplitz, Malagodi disse: «Vide per la prima volta, lui molto giovane e sen­sibile ai valori umani, un uomo d'azione in azione in un posto di grande responsabilità e complessità, che abbracciava la banca, le industrie, il mercato italiano, la vita internazionale, le affiliate estere. Si affezionò al "Commendatore”, lo servì con grande fedeltà e crescen­te efficacia, prendendo su di sé un peso sempre maggio­re di iniziative e responsabilità. Ammirò nel suo Capo l'impeto vitale, la capacità di lavoro, la libertà dei pregiudizi correnti del mestiere. Ma quando, tra il 1930 e il 1931, si accentuarono le difficoltà della Comit e si incominciò a intravederne prossimo il disastro e a com­prendere quanto esso fosse dovuto a cattiva conduzione, Mattioli non esitò a pronunciare un giudizio limitativo sulle qualità del Padrone come “grande banchiere”».

(Mattioli e Malagodi, 1934, foto A. Gerbi, Progetto Cultura Intesa SanPaolo)
Si vissero momenti drammatici, la tesoreria spesso si trovò sull’orlo della catastrofe. Una sera del 1932, Michelangelo Facconi, direttore centrale, responsabile della Tesoreria, entrò nell’ufficio di Toeplitz -presenti Mattioli e Malagodi- dicendo che in cassa non c’era più nulla e, se la banca doveva chiudere gli sportelli, era necessario dirlo ventiquattro ore prima per «poter pren­dete le misure tecniche necessarie». Ci furono veri momenti di panico, silenzi pesantissimi. Gli sportelli rimasero aperti. Dopo qualche giorno, in cassa c’erano solo 300.000 mila lire. La situazione era abbastanza grave. Mattioli non si perse d’animo: voleva assolutamente rassicurare gli eventuali depositanti, per cui indossò lo smoking e andò alla Scala, seduto nel suo palco, apparentemente tranquillo, tranquillizzando tutti o quasi tutti i presenti; assaporava talmente il bel canto e la squisita arte dell'orchestra, che aveva dimenticato ogni preoccupazione.
Sarebbero occorsi tempo, fatica, fantasia e un po’ di fortuna per superare questi momenti: Toeplitz e Mattioli misero insieme tutti questi ingredienti «conti­nuando a fare la banca», pur tra difficoltà esterne ed interne. Mattioli riuscì a portare la Comit fuori dalla crisi, sperimentando, dal suo incarico di capo della segreteria, il funzionamento di quella «potente invenzio­ne» che è stata la banca mista; le banche fecero affluire alle imprese industriali nascenti o in espansione, non soltanto capitali, ma anche, in notevole misura, direzio­ne imprenditoriale. Toeplitz tentava di portare la Comit a diventare una banca d’affari, Mattioli avrebbe voluto riportarla ad una più normale, quanto solida, attività di credito. Toeplitz era per il liberalismo sfrenato e totale, Mattioli si rendeva conto dell’indispensabilità dell’inter­vento dello Stato nell’economia.

Mattioli fu l’unico banchiere ad avere in mente un modello di finanza legato al potere politico di turno, restando però sempre superiore ad esso. Ben altra visio­ne rispetto a quella della Mediobanca di Enrico Cuccia, dove gli interessi delle grandi famiglie del capitalismo prevalsero su tutto.

(Enrico Cuccia)

Mattioli fu chiamato il banchiere eretico per il suo totale distacco dal potere del Vaticano e dagli affari di Chiesa, anche se lo stesso Vaticano in più occasioni finanziò la Comit. Fu un uomo profondamente laico, il quale, pur non disdegnando talvolta battute anticlerica­li, magari per gusto del paradosso, nutriva un sincero rispetto per ogni fede religiosa e per le relative istituzio­ni. Inoltre, aveva una sorta d’inclinazione sentimentale per i fatti tradizionali del nostro Paese, e, quindi, per il rituale religioso. Questo spiega i rapporti amichevoli da lui mantenuti con vari esponenti del mondo cattolico, da Giovanni Battista Montini a Bernardino Nogara, da Don Giuseppe De Luca ai monaci di Chiaravalle, dove fu sepolto nel 1973.

(continua)


Pubblicato da Mercurio Saraceni 

mercoledì 21 aprile 2021

Ex asilo Carlo Della Penna: quel poco che nell’immediato possiamo fare.

(Foto Nicola Cinquina)
  


Ex asilo Carlo Della Penna: quel poco che nell’immediato possiamo fare.

Lasciamo da parte la polemica tra i partiti, cui siamo estranei, e portiamo invece l’attenzione a quel poco che nell’immediato possiamo fare. Chiediamo al Sindaco:

1) faccia chiudere, se non l’ha già fatto, il tubo rotto (si veda il video realizzato nei giorni scorsi https://www.youtube.com/watch?v=6BfkeK5PDuo) da cui scorre in continuo, da tempo imprecisabile, un getto d’acqua che finisce direttamente sul pavimento. Come qualcuno ha già scritto, a una stima prudenziale di 2 litri al minuto corrisponde (((2x60)x24)x365)=1.051.200 litri/anno;

(Foto Nicola Cinquina)

2) faccia realizzare una deviazione della condotta idrica che, portando l’acqua alla Spataro, passa per l’area dell’asilo: così che dal tubo non fuoriesca altra acqua anche qualora, com’è da attendersi, esso venga rotto di nuovo;


3) faccia chiudere il varco, aperto da mesi, da cui alcuni sconosciuti continuano ad entrare; 

 

(Foto Nicola Cinquina)

    4) faccia per quanto possibile bonificare e sgomberare dalle macerie, dalle erbacce e dai rifiuti l’interno dell’edificio;

(Foto Nicola Cinquina)
   

     5) faccia dare un taglio alle erbacce del giardino esterno.

Ecco, ci sembra davvero il minimo, grazie.

                                                                            Il Comitato cittadino per l’asilo Carlo Della Penna



Vasto, il 20 aprile 2021



[1] https://www.youtube.com/watch?v=6BfkeK5PDuo a 6’26”.

 

 

 

Pubblicato da Mercurio Saraceni

mercoledì 24 marzo 2021

Dantedì 2021: «Seguitando il mio canto con quel suono»

 


«Seguitando il mio canto con quel suono»

Riflessi musicali nella Commedia




di Federica Marrollo

Tutti coloro che hanno studiato e amato la Commedia si sono imbattuti nella politica, nell’amore, nella teologia e nell’astronomia, ma in nessun caso si sono soffermati sulla musica. Eppure, la musica è uno degli elementi fondamentali per capire la concezione dantesca del mondo ultraterreno. Questo articolo rivolto alla musica propone l’opera in una prospettiva nuova e originale. 

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovinezza, e a ciascuno che a quei tempi era ottimo cantore o sonatore fu amico e ebbe usanza; e assai cose da questo diletto tirato compose, 

 le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali faceva rivestire





L’immagine che ci tramanda Boccaccio nella Vita di Dante è di un Dante musicista e studioso di musica. Questa sua profonda conoscenza della musica la troviamo prima nelle sue opere minori quali la Vita Nova e Convivio e poi anche nell’opera maggiore della Commedia. Ed è proprio attraverso la musica che affronta l’argomento principale del poema, cioè l’Amore di Dio. I riferimenti musicali all’interno della Commedia dantesca sono numerosi e complessi. La costruzione musicale dell’opera segue in gran parte la classificazione boeziana, teoria diffusissima nel medioevo musicale. Secondo Boezio la produzione musicale è classificabile in tre livelli gerarchicamente organizzati e distinti, fondati sui principi di proporzione matematiche: istrumentalis, humana e mundana. La musica mundana è la musica realizzata dal cosmo, leggi armoniche che costruiscono la dimensione fisica e metafisica dei cieli. Il suono ineffabile prodotto dallo sfregamento delle sfere celesti diviene espressione della perfezione dell’armonia. La musica humana è il prodotto dell’equilibrio armonico interno tra l’anima e il corpo. Si tratta di una musica de interiore homine che aspira alla riproduzione dell’armonia celeste. La musica istrumentalis comprende ogni suono prodotto dagli strumenti musicali, è compresa anche la voce umana, strumento fornitoci dalla natura. La triplice concezione musicale struttura musicalmente le tre cantiche. Nell’Inferno la mancanza di ordine, quindi del tempo, vieta alla musica istrumentalis di realizzarsi. Simbolicamente tale impossibilità rispecchia lo stato di non armonia delle anime dannate. Il Purgatorio è permeato di musica humana, le anime penitenti a poco a poco si accordano, come se fossero degli strumenti musicali. Nel Paradiso i cori angelici diventano spesso inintelligibili al protagonista. Innanzi alla maestosità del caeli machina, la parola, come la conoscenza umana, è limitata ed inefficace. Nel regno della musica mundana, l’unica forma di espressione di questa musica inesprimibile è il silenzio.

Quivi sospiri, pianti e alti guai

Nell’Inferno le leggi della musica sono rovesciate. Il rumore e i suoni costituiscono l’anti-musica. La sofferenza delle anime, le quali patiscono pene crudeli, risuona per il regno del caos. Nelle grida laceranti dei peccatori s’intende il dolore e il tormento, conseguenza che deriva dall’assenza della spiritualità e dell’ordine e per questi motivi non può esistere musica vera e propria, la quale darebbe un conforto, seppur minimo, ai dannati. Tuttavia, i principi fondamentali della fisica acustica stabiliscono che un suono prodotto da un corpo che vibra genera delle onde sonore regolari; al contrario quando le vibrazioni sono irregolari si produce rumore, appare evidente, quindi, che nell’Inferno, luogo in cui tutto è irregolare e disordinato vi siano rumori e non suoni. Nonostante questo, nel regno delle tenebre è presente un episodio di musica istrumentalis in cui Dante sente «sonare un alto corno», appartenente al gigante Nembrot.

Seguitando il mio canto con quel suono



Il Purgatorio è caratterizzato da una presenza costante della musicalità, poiché il canto ha un ruolo importantissimo nell’espiazione dei peccati. A differenza di ciò che accade nell’Inferno, dove il suono umano e il suono bestiale si contrastano, nel Purgatorio la salmodia delle anime purganti sovrasta ogni altro suono e la parola ha uno spazio subordinato. Tuttavia, è importante tener presente che in molti casi, l’intonazione della preghiera viene tenuta nell’incertezza, vi è un oscillare tra il cantare e il dire, oppure il canto che sfuma nel pianto, nel grido. I canti delle anime rinviano al loro peccato terreno, contribuiscono all’espiazione delle loro colpe; per tale motivo molti dei canti sono salmi o inni penitenziali o pasquali. Cantare rappresenta l’unico modo di manifestare le preghiere, i sentimenti ed il proprio credo con una intensa partecipazione emozionale che è ampliata dal coinvolgimento delle altre anime purganti. È il canto corale, insieme alle preghiere, alla condivisione della memoria e speranze, esprime come meglio non si potrebbe il vincolo che lega le anime tra loro: la carità. Il poeta riconosce, fra tutte le anime, quella di un suo amico musicista, e insieme a Virgilio e alle anime si lasciano ammaliare dal canto profano di Casella «Amor che ne la mente mi ragiona’/ cominciò elli allor sì dolcemente, / che la dolcezza ancor dentro mi suona» (Purg. II, vv. 112-114), dimenticandosi della loro vera priorità: la purificazione dal peccato. Le anime sono in accordo con l’equilibrio del cosmo, mentre cantano il salmo del vespro; ma appena esse smettono di cantare il salmo e incominciano ad ascoltare le dolci note di Casella, il loro equilibrio viene meno, per tale motivo le anime sono interrotte da un furioso Catone che li riporta sulla via della rettitudine.

Amor che move il sole e le altre stelle


Nel Paradiso c’è uno scenario totalmente nuovo. Se nel Purgatorio il canto rimanda ai canti del repertorio sacro, la musica del Paradiso è strettamente connessa alla luce e al movimento. Alla salmodia del Purgatorio si contrappone la polifonia, anche se non mancano degli esempi di musica gregoriana. La polifonia si trasforma nel riflesso musicale della perfetta armonia; rappresenta la corrispondenza e la compiuta circolarità del canto. In questa nuova dimensione la parola umana si fa sentire sempre meno, la comunicazione avviene solo per permettere al lettore d’intendere. Beatrice e i santi leggono nella mente di Dante, il pellegrino deve lasciare che il suo intelletto e il suo spirito entrino in contatto con ciò che lo circonda. Viene meno anche la distinzione dei sensi, vista e udito si fondono sempre di più. Al Paradiso appartiene la musica del cosmo, «la novità del suono e ‘l grande lume/di lor cagion m’accesero un disio/mai non sentito di cotanto acume» (Par. I, 76-84). Nel loro movimento, le sfere producono armonia, tutti i movimenti sono ordinati dalla natura, la terra è la nona sfera e rimane immobile al centro dell’universo. Arrivato al cospetto della candida rosa, gli occhi di Dante subiscono un potenziamento visivo. L’Empireo è il regno che «pausa in tanto amore e in tanto diletto, che nulla volontà è di più ausa» (Par. XXXII, 61-62). Il movimento che aumentava al passaggio di cielo in cielo, qui trabocca di pace assoluta. Dante non può accedere alla musica suprema, poiché egli è vivo, appartiene ancora al mondo mortale. Così, l’assenza di musica nell’Empireo non è l’affermarsi del silenzio, quanto piuttosto il giungere della musica a una perfezione che l’orecchio umano non può comprendere. Poco prima della visione di Dio, la mente di Dante è da una folgorazione tale che riesce ad appagare ogni suo intimo desiderio: «se non che la mia mente fu percossa/ da un fulgore in che sua voglia venne. /A l’alta fantasia qui mancò possa; /ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, /sì come rota ch’igualmente è mossa, /l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII, vv. 140-145).


Pubblicato da Mercurio Saraceni

lunedì 22 marzo 2021

Raffaele Mattioli 1/5

 


 

Raffaele Mattioli 

Banchiere - Umanista – Uomo

Parte 1/5

di Renata d'Ardes

Grande banchiere, raffinato umanista e grande uomo, profondamente colto e curioso, Raffaele Mattioli fu anche scaltro e abile manovratore dei destini economici dell’Italia del dopoguerra.

Duro, al limite della spietatezza con i presuntuosi, sfer­zante con i cinici, inesorabile con gli ingrati, si addolciva invece con i più semplici ai quali non avrebbe mai inflit­to un’umiliazione.

Mattioli era sempre molto severo con i potenti sui quali spesso esercitava quella che può ben essere definita «l’arma del sarcasmo»; la totale assenza di subalternità e una superiorità intellettuale gli davano quel piglio autori­tario di cui finiva egli stesso col compiacersi e che irrita­va, invece, le persone che lo incontravano.

Giancarlo Galli, giornalista e saggista, nel suo libro «Il banchiere eretico» ha tentato di definire la complessa personalità e l’opera di Mattioli: entrato in Comit non ancora trentenne, ne è uscito dopo quarantasette anni di ininterrotto servizio il 22 aprile 1972, prima vittima della lottizzazione politica e della spartizione forsennata di poltrone in corso tra DC e PSI, rifiutando orgogliosa­mente la presidenza onoraria. Dagli Anni Trenta ai Settanta, epoca di grandi mutazioni, guidò le sorti della BCI (Comit) e in parte anche dell’economia stessa del nostro Paese.

Fu definito un uomo polytropos, cioè singolarmente multiforme. Non è quindi casuale che per i settantacinque anni della Comit egli abbia fatto coniare una meda­glia riproducente un’immagine classica di Ulisse, il perso­naggio dell’immaginario che l’archeologo Bernard Andreae in un suo libro definì, in base ai reperti iconogra­fici, il prototipo dell’uomo dinamico moderno, addirittu­ra il precursore «dell’uomo europeo».

Mattioli nacque a Vasto, in provincia di Chieti, il 20 marzo 1895. Secondo di tre figli, frequentò con brillanti risultati l’istituto Tecnico Commerciale «Galiani» di Chieti, successivamente nel 1912 si trasferì a Genova, iscrivendosi all’istituto Superiore di Studi Commerciali. Era felice d’essere abruzzese, e fiero d’essere italiano. I due patriottismi in lui, come nella maggior parte degli uomi­ni della sua generazione, si fondevano naturalmente. II suo Abruzzo aveva dato i natali ai grandi patrioti italiani Bertrando e Silvio Spaventa, e al nipote degli Spaventa, Benedetto Croce, il più profondo e colto degli studiosi che maggiormente influenzò la vita intellettuale del nostro umanista. Quando parlava degli Spaventa, gli si illuminava lo sguardo. La loro grandezza era la grandezza che egli sognava per l’Italia; nobiltà d’animo, altezza di pensiero, larghezza di visione, severità di studi e di azio­ne.

Croce inizialmente diffidò di Mattioli: pensò che fosse un «orecchiante». In seguito, ammise di essersi sbagliato, perché quello di Mattioli era amore autentico per la cul­tura: spesso si azzuffavano, amichevolmente s’intende, sulla concezione che lui aveva per la cultura, l’amore per la cultura libresca, a lui l’accademismo piaceva, mentre, per alcuni, fu considerato un male italiano..., ma nel giu­dizio sui valori non sbagliava. Scartava la giovane cultura italiana, ma aiutava i giovani, e se riconosceva un talento era sempre pronto a sostenerlo. Se Mattioli fosse nato in Francia avrebbe intere librerie a lui dedicate, ma in Italia fu dimenticato, visto che questo è un Paese che spreca i suoi talenti; «gli italiani non sono un popolo, sono accampati in Italia, come cavallette che devastano ogni cosa» (Indro Montanelli).

(Benedetto Croce)

Mattioli di Croce non fu soltanto, come comunemen­te si dice, amico; fu anche seguace assiduo, assimilatore di tutti gli aspetti di quel pensiero non in superficie, ma in profondità. In un discorso che egli tenne a Parigi, al Centro di Cultura Italiana, su Croce e la cultura francese, Mattioli ci dà la misura della conoscenza che egli ebbe degli scritti del filosofo; non certo una conoscenza super­ficiale, da dilettante, ma minuziosissima, portata su ogni particolare. Presso l’istituto di Studi Storici di Napoli, egli illustrò il suo rapporto con Croce, spiegò quale fu il nesso profondo che lo legava all’amico filosofo, chiarendo in sostanza quella concezione che costituì la «sua filosofia». Mattioli si avvicinò a Croce sulla base della scoperta fatta dal Maestro della categoria dell’utile, scoperta che gli aprì le ragioni di una giustificazione del suo pratico operare, dell’operare che apparteneva alla sua specifica professione. La categoria dell’utile divenne la categoria della vita, della vitalità. La vitalità in cui tutto viene ad essere riassorbito e compreso, questo fondo oscuro, questo gurgite, questo vortice da cui tutto promana e in cui tutto confluisce, concetti e intuizioni, impulsi e sentimenti e operazioni.

Nel 1915, allo scoppio della «grande guerra» interrup­pe gli studi universitari e si arruolò come volontario nel­l’esercito, con il grado di Ufficiale di Fanteria. Partecipò a varie battaglie: ferito a un braccio, ottenne una meda­glia di bronzo al valor militare. Dopo la convalescenza, tornò a combattere, partecipando alla presa di Trieste: in quest'occasione conoscerà la prima moglie, diventando padre nel mese di luglio del 1920. Distaccato a Fiume al termine della guerra, con il grado di Capitano, è per qualche mese al fianco di Gabriele D’Annunzio, quale addetto all’ufficio stampa. Mattioli partecipò alla spedi­zione per senso di necessità, convinto di cambiare qual­che cosa nel nostro Paese dal momento che le cose non potevano continuare con la mucine di sempre. Mattioli non tollerò il gergo, il modo di non pensare, il tono del parlare di D’Annunzio, soprattutto quella specie di curiosa democrazia che reggeva Fiume. Puntualmente Mattioli contraddiceva il Vate e cercava di obbligarlo a «fare i conti». Alla fine D’Annunzio esplose: «Odio i ragionatori che hanno il cervello con il callo, come il ginocchio del cammello nel deserto». Guarito ben presto dalla retorica del Vate, ha un’ammirazione incondiziona­ta che lo affascina, più che convincerlo, data dalla forza della parola; ma più ancora o più in profondo, l’ideolo­gia risorgimentale.

 Mattioli non è mai stato un dannunziano, quindi non è stato un fascista, quindi non è stato un comunista, quindi non è stato nulla che significasse retorica, partito preso, teoria preconcetta e così via. Fu un uomo che seria­mente cercava di capire, e cercava di capire per creare.

Sulla sua partecipazione alla guerra Mattioli non lasciò testimonianze: l’aveva tagliata fuori dai suoi ricordi; né ritenne che fosse argomento da inserire nella sua inesau­ribile raccolta di aneddoti. Le rare volte che ne parlava, e accadeva soltanto con gli amici più intimi, era solo per raccontare del periodo, ricco di incontri umani, trascorso nell’ospedale militare di Napoli, dove fo ricoverato per una grave ferita al braccio sinistro; ma per sfuggire alla retorica, che intravedeva sempre in agguato, non disse mai in quale circostanza fosse rimasto ferito. «Del resto», spiegava, «io, in guerra, mi sono lanciato sportivamente». E aggiungeva: «Pensate un po’, sportivamente, io che non so andare neanche in bicicletta!». Non raccontò mai nulla. La sola traccia visibile del suo «passaggio» attraver­so la guerra, fo il braccio lievemente impedito dai postu­mi della ferita che qualche volta toccava, dicendo: «Domani pioverà».

A guerra finita, Raffaele Mattioli si ritrovò nei corridoi dell’università di Genova, dove la Scuola Superiore di Commercio divenne Facoltà. Tutti i candidati, o quasi, sono in divisa, non chiedono più di un diciotto assolutorio; lui ha sul petto il nastrino azzurro della medaglia al valore e quello della croce militare, e, sulle maniche, i gradi di Capitano.

Si laureò in Economia Politica, con la tesi: «Note sto­rico-critiche intorno al Progetto Fisher per la stabilizza­zione della moneta»: fo molto apprezzato per la chiarezza della tesi da Attilio Cablati, suo relatore ed economista di fama, che l’Italia fascista aveva emarginato e avversato.

Sarà proprio Cabiati a volere Mattioli come assistente stipendiato alla Bocconi, presso l’Istituto di Economia Politica, fondata nel 1920 da Luigi Einaudi, Ulisse Gobbi e dallo stesso Cabiati, nonché, ancora, nella redazione della prestigiosa «Rivista Bancaria». 

(Tratto dalla Rivista: PERCORSI d'oggi Rassegna di Letteratura-Arte-Attualità - Anno XXX - n. 3 - Maggio-Giugno 2014)

(continua)

Renata D’Ardes


Pubblicato da Mercurio Saraceni



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