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venerdì 10 settembre 2021

Celebrazioni di Carlo d'Aloisio da Vasto. "Gli Abruzzi, gli Abruzzesi"


 

(Carlo d'Aloisi da Vasto: autoritratto)

“Gli Abruzzi, gli Abruzzesi.”

Raccontare il Paesaggio umano, sociale e ambientale abruzzese del primo ‘900 attraverso le opere di Carlo d’Aloisio da Vasto.


Al via il Progetto Civico, Artistico e Culturale partecipato con l’invito a Cittadini, Enti e Imprese a segnalare le Opere del Maestro nella propria disponibilità per valorizzarle, esponendole in mostra e in catalogo.

Nonostante da oltre un anno le limitazioni imposte dalla pandemia abbiano penalizzato e condizionato ogni programmazione artistica e culturale, il Comitato promosso dall’Associazione Culturale “Archivio del Maestro Carlo d’Aloisio da Vasto” in partnership con il Premio Vasto e con la Pro Loco della Città del Vasto per adeguatamente celebrare il 50° della Sua scomparsa nel 2021, ma anche il 130° della Sua nascita nel 2022, sta via via delineando un calendario di iniziative che, a partire dalla Sua Città natale, intendono divulgarsi e contaminarsi su tutto l'ambito regionale, come anche a Roma, dove, in collaborazione con il Museo Capitolino - del quale il Maestro è stato a lungo direttore e protagonista del suo trasferimento a Palazzo Braschi - si sono già svolti eventi online per riconoscere il valore delle sue innovative politiche di gestione museale per la valorizzazione della contemporaneità artistica dell’epoca. 
(Carlo d'Aloisio da Vasto - Donne abruzzesi)
Il Progetto territoriale - dal titolo “Gli Abruzzi, gli Abruzzesi.” - sta prefigurando diverse iniziative, in particolare declinate in chiave civica, artistica e culturale partecipata, attraverso la sensibilizzazione e il coinvolgimento diretto e motivante della Comunità abruzzese nel suo complesso, il cui sviluppo in progress viene aggiornato sul sito www.carlodaloisiodavasto.it e che prevedono per fine anno l’inaugurazione della Mostra dedicata che si svolgerà a Palazzo d’Avalos. 
(Carlo d'Aloisi da Vasto - Paesaggio invernale abruzzese)
Lo scopo è anche quello di stimolare e consolidare il rapporto identitario tra i Cittadini Abruzzesi e il Patrimonio Artistico-Culturale espresso dal Territorio ed i Soggetti istituzionali, economici e culturali locali che intendono coinvolgersi nell’iniziativa, al fine di concorrere a valorizzare l’importante capitale umano, culturale, storico ed ambientale della regione Abruzzo.

Al Comitato, in questi mesi, sono giunte le adesioni di prestigiose figure della cultura abruzzese, come anche di primari soggetti istituzionali territoriali, tra i quali la Regione Abruzzo, la Provincia di Chieti, il Comune di Vasto, il Dipartimento di Lettere Arti e Scienze Sociali dell’Università “Gabriele D’Annunzio”, il Polo Museale della Città di Teramo, il Polo Liceale “Pantini-Pudente”, la Società Vastese di Storia Patria “Luigi Marchesani”, “VastoPhil”, ecc. 
 
(Carlo d'Aloisio da Vasto - "Sul Fiume" - 34x42 acquerello su carta)

 
(EMPORIUM - Rivista Italiana di Arti e Grafica - Copertina disegnata da Carlo d'Aloisi da Vasto)





































































S
ignificativa è stata in questi mesi la segnalazione spontanea da parte di molti Abruzzesi di Opere di Carlo d’Aloisio da Vasto nella propria disponibilità. L’obiettivo del progetto è proprio anche quello di far emergere questo patrimonio diffuso e nascosto per consentire la riscoperta di Opere non ancora classificate nel Catalogo Generale dell’Artista, la loro valutazione storico-artistica e la valorizzazione attraverso l’esposizione in mostra e la pubblicazione nel catalogo dedicato.


Per segnalare Opere del Maestro Carlo d’Aloisio da Vasto nella propria disponibilità da proporre per la selezione espositiva, compilare il modulo sul sito www.carlodaloisiodavasto.it oppure scrivere a comitatoper@carlodaloisiodavasto.it.


Contatti: Carlo d’Aloisio (Mayo) - Tel. 335 72.56.123 - ufficiostampa@carlodaloisiodavasto.it

 

 

Pubblicato da Mercurio Saraceni

giovedì 19 agosto 2021

Ulteriori considerazioni sulla nuova intitolazione di Belvedere Romani

 

Vasto1785 - Napoli 1852. 

Medico, introdusse per primo l'omeopatia nel Regno delle Due Sicilie


Ulteriori considerazioni sulla nuova intitolazione di Belvedere Romani

Comunicato stampa

In data 8 luglio 2020, sulla base della Legge n. 1188/1927 seguita da Circolare del Ministero degli Interni n. 10/1991, la Giunta comunale di Vasto, approva la delibera n. 138 recante il titolo:

 «Toponomastica – intitolazione di n. 18 aree di circolazione, di n. 7 ville e un parco pubblici, dello stadio del nuoto comunale, di un campo sportivo da calcio, di una pista ciclopedonale e di un’arena comunale – Determinazioni»

La delibera viene approvata con decreto prefettizio n. 60195, 6 agosto 2020. Ciò sulla base della legge n. 1188/1927 che recita: «L’intitolazione di nuove strade e piazze pubbliche, la variazione di quelle già esistenti, nonché l’approvazione di targhe e monumenti commemorativi a persone decedute da oltre dieci anni, può avvenire solo dietro autorizzazione del Prefetto».

Al punto XIV della delibera di giunta si legge quanto segue:

«Parco pubblico non denominato innestato nell’area residenziale comunemente denominata Belvedere Romani confinante con via Peschiera, Largo Belvedere Romani e via Curtatone».

Il cosiddetto Parco pubblico non denominato con la nuova denominazione assume il titolo di Belvedere Silvio Petroro.

 Il Parco Silvio Petroro viene inaugurato un anno dopo la delibera, il 7 agosto 2021.

Alcune considerazioni.

Nella delibera in questione, il Parco non denominato risulta confinante a sud con il Largo Belvedere Romani. E qual è la differenza tra il primo e il secondo? Ciò vuol dire che il Largo Belvedere Romani continuerebbe a sussistere? E in che modo continuerebbe se è vero che il manifesto comunale di inaugurazione pone il luogo in via Francesco Crispi sul cui limite peraltro è stata posta la nuova targa toponomastica? Un vero pasticcio. Ma fermi restando alla delibera dell’8 luglio 2020, quali dovrebbero essere i confini del Parco non denominato e quali quelli del Largo Belvedere Romani? Insomma, occorrerebbe quanto meno un minimo di chiarezza per definire l’effettivo ambito di localizzazione delle denominazioni.

Come già detto, il segno della nuova intitolazione è posto sul limitare di via Francesco Crispi. Se è questo il confine, dove si dovrebbe trovare, per la Giunta, il Largo Belvedere Romani di cui fa menzione nella delibera? Coinciderebbe forse con l’attuale largo della Rotonda di Porta Nuova chiamato via Crispi? Per cortesia, è possibile sciogliere l’enigma racchiuso nella delibera?

Si chiede troppo se con una matita vengono chiariti i confini richiamati dalla delibera stessa? Difficoltà non esistono per via Peschiera (est) e via Curtatone (ovest). Ma per Largo Belvedere Romani, sì. Perché solo delimitando quest’ultimo (che risulta essere un blocco unico stando alla mappa catastale del 1875), si può ricavare per sottrazione qual è «l’area residenziale comunemente denominata Belvedere Romani». Scusateci se ci ripetiamo: ma vorremmo capire. Qual è la differenza tra «l’area residenziale comunemente denominata Belvedere Romani» e il Largo Belvedere Romani con cui confinerebbe.

(Mappa catastale del 1875)

La delibera approvata comporta delle dichiarazioni che devono essere topograficamente precisate. Occorrerebbe un segno di matita su di una carta 1:2000. Un semplice tratto di matita, per cortesia. Una delibera di questo genere non può non essere esibita senza una qualche consistenza topografica.

Ecco allora il punto: chiediamo innanzitutto all’Amministrazione di dare conto alla città dei confini da essa stessa denominati e approvati. Le eventuali targhe possono essere apposte solo se si sa di quale luogo si parla. In secundis, come avrebbe detto il grande Totò, procedere in qualche piccola notazione storica.

Ora, forse non tutti sanno che a Vasto esiste un Archivio Storico Comunale. E che in esso sono conservate delibere (con lacune) dal 1559 (proprio così, 1559!) fino al 1961. Non solo. Ma esiste un libro senza autore pubblicato nel 2015 dall’Amministrazione Comunale con l’elenco delle delibere comunali dal 1869 al 1961. 

(Copertina del libro)

È vero che nessuno è tenuto a leggere un libro di dati. Ma pur senza recarsi in Archivio (per giunta chiuso) qualcuno avrebbe trovato a pag. 44 l’opportunità di leggere seguente attestazione: «28 ottobre 1872. n. 139. Modifiche alle legende nelle etichette delle strade (elenco)». Di che cosa si tratta? Presto detto! Della delibera n. 139 (ma guarda caso! un numero in più della delibera n. 138 dell’8 luglio 2020) con cui si rinnova la denominazione toponomastica urbana postunitaria dopo la presa di Roma del 20 settembre 1870. 


("La Delibera n. 139 del 28 ottobre 1872, al punto 114 non modificava la precedente denominazione Belvedere Romani")

Ovviamente nel libro non è pubblicato il testo del documento che noi invece riportiamo sopra. Ma per l’Amministrazione comunale di Vasto non sarebbe stato difficile accedere in Archivio, dato che è essa stessa a concedere l’autorizzazione ora che l’Archivio è chiuso. Avrebbe trovato che la delibera n. 139 del 28 ottobre 1872, al punto 114 (e non 14, come quella dell’8 luglio 2020) non modificava la precedente denominazione Belvedere Romani (già attuata nel 1854, essendo Francesco Romani morto nel 1852).

Insomma, senza indicazioni precise si corre il rischio di eliminare un’indicazione toponomastica ufficiale vecchia al 2020 di ben 166 anni. Si tratta, in effetti, di eliminazione, perché insieme con la targa del nuovo intestatario, non esiste alcuna indicazione del precedente come risulta dalla delibera del 2020. Insomma, pur parlando di coesistenza di un Largo Belvedere Romani con il Parco più volte citato, la Giunta non ha dato attuazione alla delibera da essa stessa approvata.

Stando così le cose, le associazioni firmatarie di questo documento procedono a: 

1. inviare al Prefetto la delibera del 28 ottobre 1872 e copia della parte di mappa catastale del 1875 il cui originale la segreteria di S. E. potrà trovare, per verifica, presso l’Archivio di Stato di Chieti. Ciò per consentire l’annullamento dell’autorizzazione concessa al solo punto 14 della delibera di giunta 8 luglio 2020. Si evita cosi di procedere a una doppia nominazione;  

2. inviare all’Amministrazione Comunale in carica i predetti documenti per procedere alla revoca della delibera del 28 ottobre 1872 in carica per attuare, con le necessarie motivazioni, la sostituzione toponomastica.

In questo modo, la Giunta Comunale di Vasto potrà raggiungere con tranquillità l’annullamento di 166 anni di storia e di aprire la via maestra al nuovo che avanza.

Pro Loco “Città del Vasto”

Italia Nostra del Vastese 

                                                                            Associazione Civica “Porta Nuova” - Vasto


Pubblicato da Mercurio Saraceni

giovedì 12 agosto 2021

A PROPOSITO DELLA INTITOLAZIONE DI UN LUOGO

 


(Francesco Romani)


A PROPOSITO DELLA INTITOLAZIONE DI UN LUOGO

di Luigi Murolo 

E’ semplice dir male delle cose che si fanno come è semplice dir male di quelle che non si fanno. Di fatti, non è questo il senso del presente intervento. Per quanto mi riguarda, voglio semplicemente porre l’attenzione su di una vicenda che ho avuto occasione di leggere sugli organi di informazione cittadini. Parlo dell’intitolazione del Belvedere Romani a Silvio Petroro.

Parlo, ad esempio, di un eventuale visitatore del luogo che avrebbe il piacere di conoscere dalla targa notizie minime sul personaggio ricordato: almeno data di nascita e morte. Ma niente (provvedo io: 1930-2009). Nemmeno una rapida notiziola sulla motivazione del tipo: «ambasciatore dell’emigrazione vastese» o qualcosa di simile. Insomma, che cosa resta? Un nome, soltanto un nome, di cui si presuppone che tutti sappiano chi sia. Quasi a dire che tutti – dico tutti – siano tenuti a sapere chi fossero – tanto per fare qualche esempio – Ettore Janni, F. Ritucci Chinni, Luigi Anelli, Mario Molino, ecc. –. Una pessima abitudine che dura da sempre. Tanto per sottolineare qualche aspetto, la denominazione di strade ottocentesche come Buzio, Eloidia, Sestia, Nirico ecc. di cui, oggi, nessuno sa più nulla. E poi, che cosa dire di una via Umile di fronte all’ingresso dello Stadio? Che se non ci fosse una targa commemorativa nei giardini di piazza Rossetti (e lo si deve sapere!) rimarrebbe una denominazione sconosciuta. Ch’io sappia (salvo errori), l’unico personaggio che fortunatamente sfugge a questa assurda regola locale è lo scrittore italo-americano Pietro Di Donato.

Ecco allora il punto: Silvio Petroro. Il nome di un personaggio della vita sociale del Novecento che, nella toponomastica cittadina, viene sovrapposto ad un altro esistente, sostituendolo? E in base a quale criterio? Perché ha realizzato un Monumento all’emigrante allocato in quell’area? Se vale questa regola perché non intitolare piazza Del Popolo a Giuseppe Spataro perché colà esiste un suo busto? E perché non intitolare a Roberto Bontempo il tratto di lungomare a Scaramurza per il Monumento alla Bagnante? E poi, perché non dedicare al grande filantropo Carlo Della Penna via Madonna dell’Asilo per il fatto di aver finanziato, nel suo asilo per l’infanzia donato alla città, il pannello bronzeo dal titolo Il trionfo del lavoro?

Insomma, un brutto precedente quello creato con l’intitolazione del Belvedere Romani a Silvio Petroro. Non certo per quest’ultimo, che merita il riconoscimento di una strada dedicata al suo nome. Ma perché ciò avviene in sostituzione di un altro nome. Che è quello di un grandissimo filantropo del XIX secolo, medico di risonanza internazionale, promotore delle cure omeopatiche nel Regno delle Due Sicilie: parlo di Francesco Romani (1785-1852). Il quale, tra l’altro, risulta essere il più antico scrittore in dialetto vastese. Il suo sonetto, Sciaraballёine, è pubblicato da Luigi Marchesani nella Storia di Vasto (p.17). Ma in che cosa consiste la donazione del Romani? E’ sufficiente leggere il chirografo di notar Giovanni Conte datato 18 novembre 1852 conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli. Tra l’altro risulta pubblicato dai suoi amici in un opuscolo di 78 pagine conservato nell’attuale Polo Bibliotecario di Vasto. Quasi non bastasse, lo stesso opuscolo è disponibile sul Web e può essere tranquillamente scaricato. In ogni caso, i punti 1, 10, 11, 12 del rogito notarile sono pubblicati in un mio volumetto dal titolo Cosa strana e nuova. Istruzione tecnica e territorio: un caso abruzzese tra Otto e Novecento, Vasto, Il Torcoliere, 2002, pp. 30-31. Il testo è disponibile per la consultazione gratuita presso la biblioteca dell’Agenzia per la Promozione Culturale (chiusa purtroppo) oppure presso la Biblioteca vastese allestita presso la Libreria in via Cavour.

Ma già mi sento dire: guarda! queste cose noi le conoscevamo. Ciò che noi abbiamo fatto non è la sostituzione di un nome. Ma l’apposizione di un nuovo nome perché non esiste alcuna targa toponomastica ufficiale con l’intitolazione Belvedere Romani. Ma come aggiungo io: non avete provato a scandagliare l’Archivio Storico Comunale di Vasto? Sappiamo che è chiuso e ignoriamo se e quando riaprirà. Ma voi dell’Amministrazione Comunale di Vasto avreste potuto chiedere l’autorizzazione alla stessa Amministrazione Comunale di Vasto per procedere alla ricerca di una simile notizia, rivolgendovi magari all’archivista oggi in pensione. Avreste sicuramente trovato la delibera comunale con cui la città intitolava quell’area a Romani. Presenterò la fotocopia della delibera in una conferenza stampa che devo ancora fissare e volendo, se avrò l’autorizzazione, provvederò a far visionare agli interessati il faldone con l’originale. Sarà mia premura consegnare al Prefetto copia del documento. Ma se poi vogliamo dirla tutta, esiste la prova delle prove nella mappa catastale del 1870 conservata presso l’Archivio di Stato di Chieti. Come tutti sanno il Catasto vale per l’individuazione ufficiale della proprietà privata (e per l’individuazione delle particelle, la denominazione delle strade è fondamentale). E lì con bei caratteri, spicca la denominazione Belvedere Romani.

(Foto n. 1 - Cartolina di Vasto con riproduzione della mappa urbana del 1870)

Ma la cosa più straordinaria è un’altra. Nessuno ha mai pensato che la delibera di sostituzione è stata redatta con una presenza ingombrante fuori dalle stanze del governo della città. Un busto marmoreo con l’indicazione di un nome particolare fatto realizzare proprio dalle amministrazioni decurionali durante il periodo preunitario. Sapete qual è il nome del personaggio effigiato? Presto detto: Francesco Romani.

(Foto n. 2 - Vasto, Palazzo di Città: busto marmoreo di Francesco Romani)

Ora io non so chi abbia proceduto alla sostituzione nominale dell’area. E nemmeno mi importa saperlo. Aggiungo: avrà sbagliato in buona fede. Va bene così. A me interessa solo correggere un errore madornale e restituire l’originaria denominazione al luogo. Se poi si vuole intitolare la sola piazzola del Monumento all’Emigrante a Silvio Petroro nessun problema. Ciò che conta è che il Parco ritorni ad avere una e una sola denominazione: Belvedere Romani.

[Foto n. 3 - Cartolina di Vasto (1902)]
Intanto porgo saluti con due antiche cartoline di Vasto. La prima edita nel 1902, con l’indicazione Belvedere Romani (Foto n. 3). La seconda, una riproduzione della mappa catastale del 1870 con la certificazione di Belvedere Romani (Foto n. 1).

Foto:

N. 1 - Cartolina di Vasto con riproduzione della mappa urbana del 1870;

N. 2 - Vasto, Palazzo di Città: busto marmoreo di Francesco Romani;

N. 3 -  Cartolina di Vasto (1902).  



      Pubblicato da Mercurio Saraceni

domenica 20 giugno 2021

Raffaele Mattioli Banchiere - Umanista - Uomo 3/5

 

 (continua dall'articolo precedente)



























Raffaele Mattioli. 
Banchiere - Umanista - Uomo

di Renata D'Ardes

Pur essendo convinto antifascista, un autentico libe­ral—progressista, Mattioli aveva ottimi rapporti con Mussolini. Con Palmiro Togliatti ci fu una forte amicizia personale, animata anche dai comuni interessi umanistici e dal gusto delle preziose citazioni e delle belle e curate edizioni. Il rapporto col PCI e con Togliatti si materializ­zò attraverso Piero Sraffa, al quale aveva fatto pervenire cospicui contributi alle spese per il ricovero di AntonioGramsci; dopo la morte dell'intellettuale sardo nel 1937, Mattioli si adopererà per salvare i suoi «Quaderni del car­cere», custodendoli nella cassaforte della banca per poi consegnarli, tramite Sraffa, a Togliatti.

(Piero Sraffa)

(Antonio Gramsci - 1922)

Nello stesso tempo, Mattioli seppe mantenere, con sicura e dignitosa autonomia, i necessari rapporti di utile collaborazione con gli uomini preposti alla direzione governativa del nostro Paese, nel dovere che egli sentiva di recare, dal posto che occupava, il massimo contributo allo sviluppo dell’economia italiana.

Un giorno Mattioli ricevette in banca l’amico e conter­raneo Giovanni Titta Rosa, il quale gli chiese un contri­buto per Umberto Fracchia, singolare e geniale personag­gio del giornalismo e della letteratura, che avrebbe voluto fondare un settimanale. Il banchiere gli firmò un assegno di 50.000 lire e, in quell’occasione, Mattioli siglò l’atto di fondazione de «La Fiera Letteraria». Fu il primo gesto ufficiale di mecenatismo, ma si trattò pur sempre di un aspetto esterno al suo «umanesimo», come lo definì Natalino Sapegno.

(Giovanni Titta Rosa)

Banchiere umanista o umanista banchiere? Alberto Vigevani, il libraio antiquario milanese, poi amministra­tore della Ricciardi e componente del consiglio di ammi­nistrazione della casa editrice, privilegiò, fra i due termi­ni, l’umanista. Malagodi, invece, preferì parlare di «un uomo completo», che alimentava di esperienza umana e pratica la sua cultura, allo stesso modo in cui alimentava di cultura il suo lavoro pratico.

Se vogliamo renderci veramente conto di quello che è stato l’umanesimo di Mattioli, dobbiamo andare al di là di questi aspetti esterni, e cercare di cogliere quello che era il nucleo profondo di questa sua attività, di renderci conto delle ragioni per cui in lui potevano convivere come cose distinte, ma vivere veramente, facendo una cosa sola, intrecciandosi continuamente aspetti apparen­temente così distinti e così diversi come quelli del Mattioli banchiere e del Mattioli umanista, lettore, edito­re di testi, poeta nelle ore libere, traduttore di scrittori inglesi con mano estremamente felice; si deve, dunque, tentare di penetrare in questo nucleo profondo in cui tutti gli aspetti della personalità di Mattioli vengono ad incontrarsi e a costituire un’unità. Questo nucleo profon­do, questa radice dell’umanesimo di Mattioli non può risiedere altrove se non in una concezione della vita, dicia­mo in una filosofia; una filosofia che diventa vita.

Attraverso la Comit, Mattioli svolse un’intensa azione di mecenatismo culturale, finanziando riviste («La Fiera Letteraria», «La Cultura»), istituzioni (fu presidente e finanziatore dell’Istituto Italiano pergli Studi Storici), case editrici (ricoprendo il ruolo di consigliere culturale della Ricciardi promuovendone la storica collezione lette­raria di Studi e Testi).

(La Fiera Letteraria)


Nel 1933 Mattioli fu scelto dal Governo a sostituire Toeplitz al vertice della banca; ciò pur essendo stato, per sette anni, stretto collaboratore di un Toeplitz verso cui il regime fascista nutriva aperta ostilità.

Mattioli raccolse l’eredità di una banca fallita, disorga­nizzata e riuscì a realizzare una vera e propria rifondazio­ne tecnica dell’istituto, assicurando all’economia del Paese una struttura che sistematicamente si distinse nella performance e nello stile operativo. Mattioli riuscì in ciò, interpretando al meglio quel ruolo nuovo di grande ban­chiere pubblico, a cui lo chiamava la riforma bancaria del 1936.

Riuscì nell’impresa di guidare la banca che gli fu affi­data «come un privato»; operò in autonomia, secondo i canoni della tecnica e dell’esperienza bancaria nel conce­dere il credito; servì l’interesse generale rendendo la Comit, sin dal 1937, profittevole e solida.

La Comit, da lui diretta, faceva quanto poteva per tonificare l’economia con esiti via via più lusinghieri. Tradizionalmente era stata la banca delle industrie, ma nel secondo dopoguerra, date le difficoltà alimentari, si volse risolutamente verso le campagne per l’agricoltura; un mutamento d’indirizzo che inorgoglì Mattioli.

Più che dell’esperienza di Toeplitz, Mattioli finì così col riallacciarsi idealmente a quella della Comit di Joel, della Comit del periodo giolittiano. Come allora, anche se in condizioni e con strumenti molto diversi, la Banca mise la sua organizzazione e i suoi mezzi al servizio di una cresci­ta diffusa, in una funzione di supplenza rispetto a un mer­cato dei capitali altrimenti impotenti a svilupparsi.

Naturalmente, per garantire una crescita del sistema dell’impresa solida e stabile, non poteva bastare la Banca Commerciale Italiana; e non sarebbe bastato neppure che l’intero sistema bancario si fosse comportato secondo il modello della Comit di Mattioli. Erano necessarie molte altre condizioni che non dipendevano certo da Mattioli e dalla sua Banca.



Una prima condizione consisteva nella capacità degli industriali stessi di fare i salti di qualità comportati dalla crescita delle loro imprese. Tutti sanno che, per ogni atti­vità economica in sviluppo, esistono soglie di fronte alle quali o si effettua il salto o si comincia a deperire.

Una seconda condizione consisteva nell’esistenza di margini di autofinanziamento. Il credito bancario avreb­be dovuto consentire soltanto l’avviamento dell’attività o della crescita, il cosiddetto prefinanziamento.

Di qui la terza condizione: il credito bancario avrebbe potuto essere restituito ricorrendo al mercato dei capitali o usufruendo del credito a medio e a lungo termine. Nel nostro Paese il mercato dei capitali è sempre stato mode­sto, asfittico e distorto. La stessa esperienza storica delle grandi banche «miste» trovò la sua principale spiegazione sulla base di una tale carenza. Quanto agli istituti di cre­dito mobiliare, chiusa la fase storica delle banche «miste», per lungo tempo rappresentarono il grande vuoto lasciato dalla legge bancaria. Lo stesso Mattioli nel 1946 inventò, e poi realizzò, Mediobanca, per anni l’unico istituto di credito a medio termine presente sul mercato italiano.

Le banche d’interesse nazionale, proprio quelle che avevano costituito Mediobanca, continuarono in pratica a fare anche il mestiere di quest’ultima, nel senso che con­tinuavano a concedere finanziamenti che solo formal­mente furono a breve termine, ma in sostanza rappresen­tavano posizioni stagnanti di durata pluriennale, riferite ad esigenze che normalmente avrebbero dovuto essere soddisfatte mediante forme di credito a medio termine. Mattioli ritenne che tali finanziamenti andassero trasferi­ti a Mediobanca, anche se per arrivare a ciò occorreva che questa venisse a disporre delle risorse necessarie. Tale risultato poteva agevolmente essere realizzato se le banche di interesse nazionale avessero accettato di alleggerirsi -trasferendoli a Mediobanca- di una parte dei loro finan­ziamenti.

Mediobanca divenne, a questo punto, una delle più importanti istituzioni di mercato bancario e finanziario italiano, modello sul quale furono create tante piccole altre pubbliche e private: piuttosto pubbliche che private, piuttosto inefficienti che efficienti, mentre Mediobanca rimase fedele a quel modulo e a quella impronta che le diede il suo fondatore.

(continua)

Renata D'Ardes


Pubblicato da Mercurio Saraceni

Conferenza all’Università “D’Annunzio” di Chieti su “Carlo d’Aloisio da Vasto, Artista e Promotore di Arte e Cultura”

  Conferenza all’Università “D’Annunzio” di Chieti su “Carlo d’Aloisio da Vasto, Artista e Promotore di Arte e Cultura” Nel 130° della nasci...